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domenica 29 maggio 2011

Due ragazze

Le ho viste oggi, in bicicletta. Una guidava e rideva, l'altra rideva seduta sul sellino dietro.
Se ne andavano verso qualcosa di solo loro, con quell'aria di segreti di ragazze e che andrà tutto bene.
Noi due, eravamo così.


Non ci pensavo da secoli, ad allora.
A tutti gli anni in cui lei c'era, c'eravamo noi due con le nostre estati annoiate, i gelati leccati su qualche scalino del centro, il nostro non sapere niente del mondo tranne quello che credevamo di sapere allora, e i nostri segreti.
C'era, c'era sempre stata: dalla prima media, c'era.
Dalla prima media a circa il Francese, c'era sempre stata, a memoria.

Ci fu una frattura, poi, di quelle che non si saldano. Non improvvisa, ma netta e senza ritorno.
Mi pesava, che io ricordi, quella tarda adolescenza che non accennava a finire, quel non saper, alla fin fine, che fare davvero di noi stesse.
Mi era chiaro che il mio era un viaggio che non portava ricordi né rimpianti, e tantomeno passeggeri: andai via senza voltarmi e senza memoria.

Non posso dire di non sapere che fine ha fatto, abita così vicino.
Qualche volta guardandola, mi domando cosa ha capito da allora, e se ha poi saputo cosa fare di se stessa.

martedì 8 febbraio 2011

Le rayon vert

Quando avevo diciassette anni o un po' prima, andavo al cinema allo spettacolo delle tre del pomeriggio.

In generale, vedevo film francesi del genere che parlavano a frasi smozzicate, una ogni quarto d'ora, spesso con i sottotitoli.
In genere, dopo ogni scena calava un nero di un dieci secondi, assai significativo delle intenzioni del regista.
Per dire, Rohmer, o certi attori tipo André Dussolier, o Aurore Clément, o Pascale Ogier: o li impari a quell'età, o puoi dire tranquillamente addio ad ogni tentativo di serio acculturamente cinematografico del genere - per puro e semplice tedio.

Insomma, ci andavo, e il cinema era vuoto, ad eccezione di due o tre posti occupati, dai quali è inutile dire che mi tenevo saggiamente lontana.
Uno era occupato sempre dalla stessa persona, diverse file avanti o diverse file dietro la mia: mi era chiaro come il sole che si trattava di un maniaco. Anzi: il maniaco, quello tipico da cinema, quello che ragionevolmente dovrebbe trovarsi in tutti i cinema, a tutti gli spettacoli.

Come mai il maniaco fosse a vedere Le rayon vert e non qualcosa di più appassionante e losco al cinema Eden lì vicino, non era questione che allora sfiorasse la mia testolina di liceale.

Molti anni dopo, lo riconobbi ad una cena elegante: insegnava storia del cinema e del teatro all'università.

Frequentammo per un periodo la stessa casa di amici comuni, lui ospite e amico dei genitori, io ospite e amica dei figli.
Viveva solo, in un hotel del centro, e cenava in un piccolo ristorante lì vicino dove andavo spesso con il Roso.
Ci sedevamo nel tavolo accanto al suo, e lui lasciava volentieri - ma con la giusta ritrosia, a non disturbare le nostre chiacchiere da fidanzati -la pila di giornali e riviste che gli faceva compagnia.
Così, cominciavamo.
Lui a regalarci la meraviglia di quando conosceva Pasolini, Visconti e Fellini; io a ricambiare facendolo ridere, raccontandogli di Nicole Kidman e Tom Cruise e i gossip di Hollywood.

Così, adesso - adesso che quel cinema non esiste nemmeno più - ogni volta che qualcuno mi chiede se io sono una da film francesi, o russi o iraniani, dico di no, che non lo sono, ma mi vengono in mente la ragazzina, la giovane donna, e il Professore. Quei tre se la ridono insieme, e un po' mi mancano.

mercoledì 10 novembre 2010

Ginestre

Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn,
Im dunkeln Laub die Gold-Orangen glühn,
Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht,
Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht?
Kennst du es wohl?
Dahin! dahin
Möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn.
Johann Goethe

(Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni,
gli aranci dorati rilucono fra le foglie scure,
una mite brezza spira dal cielo azzurro,
il mirto immoto resta e alto si erge l’alloro,
La conosci tu, forse ?
Laggiù, laggiù
Con te, amore mio, io vorrei andare.)

E tutti a dire di Saviano in tivù, di Vendola che ha parlato delle ginestre a Milano e di Renzi che ha parlato di rottamazione di una classe dirigente a Firenze, di Bersani che se ne è rimasto a Roma a parlare con quelli di prima.
Tutti a dire di Silvio B. e dell'ennesima minorenne zoccola.

Io ho capito che non mi fa più ridere niente: l'ho capito ascoltando Benigni nel programma di Fazio e Saviano, che non ridevo per niente.
L'ho capito un po' prima in realtà, mentre ascoltavo Saviano che parlava di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e mi sono accorta tutto insieme che allora, quando l'autostrada e poi una via di Palermo saltarono in aria nel '92, è stato più o meno l'ultimo momento in cui questo paese mi è sembrato uno.
Mi sono accorta che da allora - da quel pomeriggio di domenica in una casa che non è più mia da tanto, impietrita insieme ad un uomo che non è più mio da tanto - sono passati quasi 20 anni, cioè circa metà della mia vita.

Mi è tornato in mente tutto insieme lo svincolo per Capaci l'anno scorso d'estate, c'era caldo e l'aria spessa che mormorava cose e (anche lì) le ginestre e il pitosforo di Montale che amo tanto, qualcosa chiamava dove-sei-Giovanni-dove-sei, e io piangevo dietro gli occhiali da sole.

Così mi è stato chiaro, amici della capra, che, semplicemente, non posso perdonare nessuno di loro, per questi ultimi vent'anni.