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mercoledì 7 aprile 2010

Aprile

April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.

Thomas Stearns Eliot, The Waste Land

Sentitelo in italiano, questo Eliot della Terra Desolata, nella bella traduzione di Roberto Sanesi:

Aprile è il mese più crudele, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia di primavera.

E cita Eliot anche Francesco Guccini, nella sua Canzone dei dodici mesi:
Con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene,
quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele
Ma nei tuoi giorni è bello addormentarsi dopo fatto l'amore,
come la terra dorme nella notte dopo un giorno di sole


La mia Pasqua, quella che allora dissi è la Pasqua più bella della mia vita e tale è rimasta, fu una Pasqua con A.
La campagna era un tappeto di fiori gialli fuori dal finestrino, la spiaggia del Capitolo lustra come nuova.
Il baracchino dei ricci era deserto a parte noi, il sole caldo e il vino bianco salmastro, fresco e aspro e tanto perfetto che ne ordinammo finchè fummo entrambi ubriachi.

Memoria e desiderio, proprio come dice Eliot.
L'amore di A. era una promessa che tutto sarebbe rimasto perfetto per sempre.


Invece, questa Pasqua, sono tornata dopo tanto (ma tanto) tempo nella casa al mare che mi ha visto piccola.
Il camion rosso e giallo che era di P., sta nella stessa stanza allo stesso posto e a ruote in aria come sempre, e adesso appartiene a Mati, che è suo figlio.
Le maschere da sub, i secchielli e le palette stanno nella vasca da bagno come allora, e il giardino è una giungla come al solito, che nessuno se ne cura.
I piatti, col bordo a intrecci rossi, sono gli stessi scelti da mia madre per il mare.
La vista sul golfo non è cambiata per niente, e Punta Chiappa in fondo rassicura circa l'esistenza dei limiti.


I bagni Enotrio non ci sono più, sono diventati una paninoteca e hanno un altro nome; la spiaggia è più brutta ma il paese sembra quello di allora, solo con più gente e molte più auto.

Io, invece, che sono stata una bambina troppo timida per avere amici persino al mare, sono diventata una specie di milanese che compra vestitini a Camogli e alla Santa.

Credits
Thomas Stearns Eliot è nato a Saint Louis nel 1888 e morto a Londra nel 1965, ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1948. Oltre a The Waste Land, tradotta anche da Mario Praz per Einaudi, ha scritto Ash Wednesday e il dramma Murder in the Cathedral.

La Canzone dei dodici mesi è nell'album Radici, inciso a Milano nella primavera del 1972, quello che contiene anche Incontro, Il vecchio e il bambino, La locomotiva, Piccola città e la Canzone della bambina portoghese.
Se passate da quelle parti e siete signorinette bon chic, date un'occhiata a Julie, che vende deliziosi abitini e borse nei due negozi sui lungomare di Camogli e Santa Margherita Ligure.

domenica 20 dicembre 2009

Un posto nel mondo

20 dicembre, cinque giorni a Natale.
Che dirvi, amichetti della capra, che bel momento.

La lezione all'università di Urbino è andata bene, e così pure i convegni a Bologna e Siena.
In tutte e tre le occasioni, nell'aula della facoltà di economia, nella sala del Podestà del palazzo di Re Enzo, nel teatro dei Rozzi, mi sono domandata se erano loro ad aver abbassato il livello (come dice S. per prendermi in giro) o se sono io ad essere diventata bravina. Il dubbio non è sciolto, e uno di questi giorni devo ricordarmi di scrivervi un due righe sul tema cultura-aziende-finanziamenti pubblici e privati-sponsorizzazioni.

Ma non ora.
Adesso è Natale, e l'abete è fuori dalla mia porta coperto di ghiaccioli pronto ad essere decorato da me e da UCP bevendo Chai latte. C'è tipo -6 gradi Celsius, che nemmeno a Stoccolma, e domani ricomincia a nevicare, il che grazie al cielo sfavorisce gli spostamenti.

Ho lasciato l'agenzia alla chetichella, senza praticamente salutare, il che è stato salutare.

Se ne riparla il 10 gennaio, perchè è stato l'anno più convulso che io ricordi e non ho voglia di pensare ora ai mille progetti che mi aspettano. So già che un po' mi mancheranno S., la capa Ginevra, e pure Caparezza, e anche un po' M. e il Rude, che al party di Natale hanno estratto i numeri della tombola come veri patriarchi. La Matriarca ha mandato da Verona un messaggio forte e duro come un cristallo, che mi ha fatto piangere.

L'anno che arriva porterà cambiamenti che già si annunciano all'orizzonte, cui non è estraneo l'amato Crotalo, e vedremo.

Esattamente un anno fa, ho scritto il post di A., che è in assoluto il preferito dai lettori della capra. Molte cose sono cambiate, e sono più stanca di allora.

Come allora, e più di allora, mi sembra di tenere tra le dita il mio posto nel mondo.

venerdì 19 dicembre 2008

Quello che A. non sa

Quello che A. non sa è che ogni giorno da allora io sono scesa a patti con lui e che ogni notte mentre dormivo e mentre ero sveglia il mio cuore ha fatto l'amore con lui senza chiedergli il permesso.
Non sa che parlavo con lui, quando già ero una donna di mondo, mentre facevo shopping sulle Ramblas e mentre cenavo in Belgravia, e che sembrava piangessi per altro, ma in realtà perchè avrei voluto sentire la sua voce in certe notti molto fredde o molto calde che ho attraversato, nelle penombre e in piena luce.
Sa che non volevo fermarmi con lui in un posto di mare, crede ancora che io sia andata via e immagino sia meglio così.
Ci siamo conosciuti in una piazza in settembre, e per ragioni che non sto a spiegarvi di quel giorno è passato alla (nostra) storia solo che io dicevo fa-caldo-sono-un-po-sudata e lui tra le mie gambe sussurrava meglio-così.
Certi amori non finiscono, ma è molto meglio fare finta di sì, e fare gli smemorati con se stessi e non tornarci sopra per nessuna ragione al mondo, tranne che nei dormiveglia in cui non si è imputabili di niente, e nei blog, che tanto non esistono per altri se non per se stessi.
Quello che A. non sa, e che non vorrebbe certamente sapere, è che non ricordo affatto come sia finita poi, perchè il suo sangue circola nel mio sangue da allora.
Sa, di sicuro, che volevo andare e correre, e che sono andata, non sa se ho corso oppure no perchè era già un altrove.
Ho corso, perchè volevo sapere e misurare.
Sono corsa via con tutto il fiato che avevo, inseguita dal suo corpo e dal mio, da certe sere romane e dal sangue nel lavandino, da Piazza Farnese, dai ricci di mare, da una sottoveste di seta azzurra, da uno schiaffo e dagli aerei presi al volo, dal sesso a perdere il fiato in un androne di Trastevere.
Ho saputo, e ho misurato, e ancora non ho smesso di andare; lascio alla notte, al Natale che arriva, al Negroni che circola dentro pensieri strani, il compito di restituirmi a lui.