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martedì 12 novembre 2013

Imperdonabile

 We met for a reason, either you're a blessing or a lesson.

Sulle perdonanze, in questi giorni, ne ho da vendere. Perdonare, perdonarsi, non perdonare affatto, fare una perdonanza generale, essere perdonati. Amnistia, eucaristia, indulto, remissione dei peccati, scomunica.
Google, per chi si sente fortunato, suggerisce Perdono di Tiziano Ferro.

(Vi perdono, ma inginocchiatevi, disse la vedova Rosaria Schifani nella cattedrale di Palermo, durante il funerale di Giovanni Falcone, di sua moglie, della scorta. Il cardinale Pappalardo, dal pulpito, disse dum Romae consulitur Sagunthum expugnatur, e infatti).

Imperdonabile, da un certo punto di vista, è stato abbandonare la capra al silenzio per mesi, ma come si sa: il cuore ha ragioni che la ragione non conosce, come scriveva Pascal.
Non vi cito Pascal in francese solo per non esagerare, ma ne sarei tentata assai.

La città è piccola, e piena di vecchi, e quei vecchi siamo noi.

Oggi è stato un giorno di benedizioni e lezioni, di quelli che chiamano a raccolta tutti quelli che conosci e che conoscevi come solo un funerale sa fare. Tutti, ma proprio tutti lì, a perdonarsi di esserci, di non esserci stati, o di non esserci stati abbastanza, e anche del fatto che non ci saremo, fino alla prossima volta.
C. dice che si aspettava di meglio dalla vita, di una fila di gente che si sgrana via e basta, e come biasimarla.


Ne esco imperdonabilmente viva, con porte chiuse alle spalle, lezioni imparate, benedizioni in corso.

domenica 28 aprile 2013

Perfect days

A woman's heart must be so
hidden in God that
a man has to seek Him
to find her.

Poi.
Ci sono storie che non si raccontano, amici della capra. No, nemmeno qui.

Ma voi fidatevi: ci sono giorni perfetti.

mercoledì 9 gennaio 2013

Le ragioni del cuore

Stanotte ho sognato C.
Aveva i suoi ricci e il suo sguardo, solo con delle piccole rughe in più intorno agli occhi, e sorrideva proprio da C.

Ero partita facendo le cose a modo mio, lasciandomi alle spalle una relazione. Con determinazione feroce e silente, ero partita, senza darmi la pena di avvisare.
Avevo, semplicemente, preso una decisione, e un aereo. Punto.

Ora, se vi siete mai trovati su un vecchio legno maldiviano nell'oceano Indiano, sapete cosa intendo. (Se no, davvero dovreste proprio.)
 
Sembrava impensabile vestirsi, o mettersi le scarpe. C'erano questi tramonti indiani eterni e struggenti, ore e ore di snorkeling tra i pesci e i coralli, e la pesca notturna, e stellate pazzesche.

Io non parlavo quasi mai. Leggevo, nuotavo, guardavo il tramonto per ore. L'inverno appena passato aveva morso, e non c'era niente, proprio niente che volessi dire o raccontare.

Avevo lo sguardo di C. intorno. Saturava l'aria calda, andava oltre e tornava.
Opponevo ostinati silenzi alle sue parole, evitavo la vicinanza, occhi e sorrisi, le sue mani, tutto, e senza appello. Un solo istante era bastato per sapere insieme che ero perduta e che non s'aveva da fare.
 
Tentava cose: tipo portarmi cose da mangiare o il suo rum da bere, farmi vedere le sue collanine, i suoi alluci, o insegnarmi lo snorkeling.
Lasciai che mi aggiustasse la maschera, che mi insegnasse a respirare.
Nuotavo via, lontana da lui.

Mi raccontava che stava per partire per l'Africa, che non aveva motivi abbastanza buoni per restare. Dopo averlo detto, aspettava in silenzio.
Prendeva gli acquazzoni tropicali sul ponte della barca, sedendosi accanto a me finché non eravamo entrambi zuppi di pioggia.
Distoglievo per la centesima volta lo sguardo, tacevo e lo allontanavo con la mente.

Naturalmente, C. dormiva sul ponte. Io nella mia cabina, dove mi sembrava di respirare.
Mi bruciava dentro, e avevo paura che si vedesse.
 
Ci lasciammo a Male con gli occhi incatenati, sulla banchina del porto, e dopo stetti male per tutto il volo. Quella violenza di lasciarlo senza una parola, stracciando in aeroporto il numero di telefono che mi aveva messo in mano in fretta, mi stordiva.
Mi ripetevo come un mantra la frase di Marco Aurelio: accogliere con grazia, lasciare con facilità.
 
E poi: l'amore a prima vista non esiste, e non è successo niente, e non era proprio possibile. Anche, per dire, il genere non-sto-cercando-guai, e forse mi ero pure immaginata tutto.

C. rientrò in Italia una settimana dopo di me. Il giorno successivo mi scrisse una mail.

 
Credit
Meraviglioso amore mio, Arisa, 2012

giovedì 24 maggio 2012

Del sedersi al tavolo

Questa è Sheryl Sandberg, nel dicembre 2010, al TED. Sheryl Sandberg è il Chief Operations Officer di Facebook, e insomma c'entra molto con tutta quella storia lì. Prima di stare lì, era alla Banca Mondiale, al Tesoro americano e a Google. A Google non è che la amino molto, perchè si è portata via un po' dei loro talenti. Cerca di scardinare certi meccanismi che penalizzano  la carriera delle ragazze e delle donne, sapendo che non succederà in questa o nella prossima generazione. Noi della capra la amiamo per questo.


giovedì 22 dicembre 2011

Un miglio

...tre party di Natale dopo.

Nelle ultime deliranti settimane quattro voli, due alberi addobbati, due tombole, due distribuzioni di regali. Una gara di ballo. I costumi anni 70 e i baffi finti, e cento parrucche viola. Un fondale, tre mockup, un costume da gatto nero, uno da Babbo Natale, due da renne, e i Joe di Brutto. Gli alchechengi e le scorzette candite al cioccolato, e il torrone viola.
Una coda da Gucci, una da Vuitton, una (lunga) da Tiffany.
Milano addobbata, il traffico impazzito, e cosa mi metto.

Domani mattina c'è il Xmas Mile: centocinque scapestrati che corrono lungo il Naviglio nella nebbia di A.
150 tramezzini, 200 bottiglie d'acqua, l'ambulanza che non  si sa mai.

Poi: dichiarerò senza remore di non avere idea di dove sia geograficamente collocata A., e comunque di non conoscere nessuno lì da quelle parti.

Ho ordinato il cappone dal macellaio gioielliere che mi ha guardata con quei suoi occhi sexy già alle nove del mattino, promettendo che ha già capito esattamente cosa voglio, e che ci pensa lui.
Quindi, avrò molto da fare.
Trovare e addobbare il nostro, di albero, con l'amato UCP, e cucinare insieme al medesimo.
Fare la pasta brisée a mano, sgusciare le vongole, mettere in forno il salmone, fare l'insalata di patate con l'aneto e la crème fraiche.
Leggere libri gialli, o d'amore.
Andare al mare.
Incartare pacchetti meravigliosi per il bambino Mati.
Fare le impronte delle renne sotto l'albero di Natale a casa della nonna.

Altre faccende personali, che davvero nemmeno a Natale sono affari vostri, amici fedeli della capra.

E' stato un anno di gioie e dolori grandi, che ancora stanno facendosi spazio nel mio cuore e nella mia testa. Buon Natale a tutti, miei cari.

Credits
Che ve lo dico a fare: non sapevo cosa mettermi.

Sottoveste dorata, Sisley vintage; pantaloni a zampa di velluto di seta cremisi, Pinko vintage; sandali in suede con profili dorati Idée de Pointe; piccolo collo di volpe, collezione personale vintage
Smokey: matita nera Bad Gal di Benefit; mascara black Shocking, YSL; top coat mascara, Kiko
Rouge Chanel in Lune Rousse

martedì 1 marzo 2011

Felicità, estetica


Allora, la vostra amabile wonnie si è innamorata dell'ipad.
Ve l'ho già detto qualche tempo fa, lo so, e ve lo ridico con la tipica monotonia ottusa degli innamorati.

Ma tant'è: per la prima volta nella mia vita un pezzo di tecnologia è in grado di farmi felice.
Non solo essere utile, non solo lavorarci, non solo trovare le cose.
No.

E' una roba da toccare. Da portare in giro. Da portare a letto. Da trovare dove sei e dove vai e dov'eri sulle mappe, e tutto quello che ti va mentre bevi gimlet in qualsiasi parte del mondo.
Per leggere tutti i libri in inglese, o in francese. In italiano, pure.
Per sapere cosa significa una parola solo toccandola.
Per leggere i giornali, tutti.
Per giocare con Mati e anche senza, e per sapere che tempo fa a Berlino.
Per scaricare e sentire la musica, i film, per guardare i video di youtube.
Per imparare l'ikebana o qualsiasi altra cosa sia scaricabile con un'app.
Per attaccarsi beati al wifi di Starbucks tavoletta e chai latte.

E' tutto, tutto quello che sai e che non sai, sempre, ovunque.
E' cool, e sexy. (Conosco anche un tizio che corrisponde alla descrizione, ma vabbé, questa è un'altra storia).
Non devi trovare un posto per connetterti, quel posto sei tu.
It's pure magic.
La magia del tocco delle dita.

E mica solo per me.
Scendete nel grande cubo di plexiglas di Apple sulla Fifth Avenue, angolo parco, e vedrete un mucchio di gente felice. Non ci ho mai capito una mazzafionda, di questi che sorridevano beati e sciocchini lì dentro. Ma era prima, che ve lo dico a fare.

Quindi, per prima cosa: Steve Jobs, perfavore non morire.
Hai cambiato il mondo, le nostre vite, e aumentato la quota di felicità del mondo, e puoi sognare per noi altri sogni da toccare, quindi non morire proprio adesso.

Bene, l'apologia romantica ve l'ho fatta, amen.
Ho un dubbio, quindi dopo la semantica vi ammorbo con l'estetica.

Ovvero ieri mi è sorto un altro pensierone.

Io vado in libreria a svagarmi, lo adoro proprio. Mi calma, rilassa, mi mette di buon umore.
Amo il luogo, il panorama, la gente. Da sola, in compagnia. Negli aeroporti e sotto casa.

Ma poi i libri li compro online: quindi devo supporre che tra qualche tempo non avrò più librerie sontuose come ora.

Sto barattando inconsapevolmente un non luogo (non esattamente nel senso di Marc Augé, probabilmente) con un luogo (che amo)? O si tratta di due non luoghi invece? O la libreria è un non luogo dopotutto, come un centro commerciale ma appena meno cheap, e la tavoletta invece appartiene a un genere diverso?
E in ogni caso: tra poco io e quelli come me renderemo antieconomico produrre i libri cartacei, dunque è ragionevole pensare che non avremo più posti simili dove andare?
E poichè anche per lo shopping è così, tra poco non avremo più vetrine da guardare passeggiando sotto il sole?
Tra poco quindi potremo guardare solo il cubo di plexiglas - quello che al momento fornisce l'unica cosa che serve per fare tutte le altre, il supporto duro - sulla Fifth o in qualunque altro posto al mondo?
E dove ci troveremo, dove andremo a guardare la gente? In chiesa (e non scherzo)?
Quali saranno i prossimi luoghi?

(Non fate gli spiritosi: il fatto che per allora sarò sicuramente morta non rende il domandone meno vero).

sabato 25 dicembre 2010

Trascurabile felicità



Gli sms dopo le undici di sera che dicono: dove sei?, che significano molto di più di quello che dicono.
Francesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità


Buon Natale, amici della capra.

martedì 13 ottobre 2009

Festivàl


Just a gigolo
everywhere I go
people know the part
I'm playing

E' così che sta andando: che tutti inchiodano e pitturano e appendono e piallano e la tromba d'aria e il Comune che non autorizza e l'allacciamento dell'acqua no, e i film e il red carpet e i talents e James Ivory e Meryl. E le hostess, e il little black dress. E la Vespa, e il sole di Roma in ottobre, e la Corona e i Fonzies alle sette e il piano b e il piano c e vai piano con l'Ape.

Mi manca tanto l'UCP.

Edit: è finita davvero in tacchi a spillo e little black dress e clutch d'ordinanza sul red carpet di una freddissima sera romana.

Sì, avete capito bene: posso dirvelo, miei piccoli lettori, che davvero, vista da lì, la vita rulla, ma rulla molto?
(Nient'altro che piccoli favori, e capra a ridersela da qualche parte tra i teleobbiettivi.)

giovedì 28 maggio 2009

Venezia


Non lo so se muore, di sicuro è appoggiata sul mare.

Io a Venezia ci sono arrivata al tramonto, di una sera calda e umida già di estate, con la brezza dal mare che fa respirare e l'odore salmastro e i gabbiani e il cielo rosso e la laguna d'oro, che è circa il mio modo per farmi gli eventi da me, quelli che contano per me, in mezzo a tutto questo sbattimento.

Ci sono andata in treno, partita da arrivare per sera, e mentre l'Eurostar rallentava con quel gran mare d'acqua a destra e sinistra, e isolotti deserti e ciminiere e arsenali ristrutturati, io rallentavo con lui.
E' la fine di maggio, periodo dell'anno noto per il né troppo fresco né troppo caldo, sono le otto di sera e il cellulare ha smesso, il blackberry deriva.

Un tempo, diciamo quando ancora non sapevo come mi piacessero le uova, avrei preso un taxi d'acqua privato.
E invece.
Di nuovo premeditato, avevo studiato tutte le linee a casa.
Vaporetto linea uno, San Tomà-San Marco-Lido, ferma in tutte le banchine.

Sei euro e cinquanta caricate sulla tesserina magnetica da un veneziano gentile, dite quello che volete ma stasera io così mi sento ricca.
Sto sul ponte, la valigia ai piedi, un pacchetto di shortbread comprato a Santa Lucia.

Le facciate sembrano quinte costruite per commedie alla Feydeau o per Choderlos de Laclos o per donna Elvira che ogni tanto si affacci a dare dello scellerato a don Giovanni.
I portoni sull'acqua sono tutti chiusi, molti abbandonati al muschio. Facciate, ma con la porta sul retro.
Insieme, ci sono quelli che prendono l'aperitivo all'Erberia, l'antico mercato di Rialto proprio accanto al Campo della Pescheria.
Insieme, ci sono i turisti che sono sempre troppo pallidi o paonazzi come i tedeschi, o troppo ilari come i giapponesi.

(Gli anziani americani che espatriano devono aver capito tutto della vita, perchè attraversano la sera il Canal Grande abbracciati in gondola, e se lo porteranno in Texas, o in Winsconsin, nelle loro Sun City da pensionati, per truffare la malinconia, appunto.)

Insieme ancora, un luglio afoso di una casa tra le calli chissàdove e poi di corsa verso una festa in una di quelle palazzine Liberty al Lido dove i veneziani si rifugiano per l'estate, che fu per me l'estate di un dolore.
E poi il vaporetto al buio pesto nella laguna in settembre, e le fiaccole a Torcello, e la cena da Cipriani.
E una pioggia sottile d'ottobre, e la riconoscenza per le tele di Lucian Freud.

Ogni fermata, la calle e il fondaco o la fondamenta del traghetto, questa città non ha le vie.
Tipo che l'indirizzo può essere "San Marco 1364", e girato l'angolo c'è "San Marco 2672", a caso.
Poi ci sono i nomi delle calli, ma provate a inserirli in Google maps, o in viamichelin.
Si arrendono, ecco tutto.
Piazzano una bandierina dalle parti del Ghetto, e amen.
Penso che mi perderò di sicuro, e a come fanno quando gli devono consegnare col DHL i pacchetti dello shopping online.

San Marcuola, San Stae, San Moisé, San Tomà, San Polo. Anche i santi non sono quelli soliti, i nostri.
Sono i loro, di una terra speciale di confine.
Ogni campo, una chiesa barocca gonfia di un odore acre di chiuso e di muffa che non se ne va nemmeno aprendo i portoni al Dimensione caratterevento di mare, ristagna tra le colonne e sotto le volte.

Muore, Venezia?
Non si direbbe: in Biennale fervono i lavori per rientrare nella sede storica di Vallaresso accanto a piazza San Marco, e la prossima settimana si inaugura la nuova Biennale Arte.
Francois Pinault, ormai leggendario collezionista e mecenate nella sua maison veneziana, Palazzo Grassi, inaugura il 6 giugno il nuovo museo di Punta della Dogana.
A settembre, Mostra del Cinema e lavori in corso per il nuovo palazzo al Lido, da terminare per il 2011.

Non lo so se muore, ma appena fuori dai tour turistici è buia e deserta.
Attraverso due canali, seguendo a naso la direzione, costeggio l'acqua, non mi perdo.
Il mio albergo dai pavimenti di legno e i soffitti a travi scure sta qui, o ad Anversa, o a Rotterdam, o a Nyhavn, da almeno cinquecento anni.
Nel giardino minuscolo, dipinge l'ombra di Vermeer, e il cameriere nero gli parla solo in inglese.

Così, miei piccoli lettori, la capra ed io ce la siamo discretamente passata, negli ultimi giorni.
Quelli della Biennale sono un sacco upper, ma gentili.
(Lei è bellissima e dolce, sono sicura di averla già vista in un ritratto di Boldini, o di Sargent, o assomiglia a Katharine Hepburn da giovane.)

Siamo tornate a casa, in tempo per una notte di nuvole.
Il Barça, a Roma, si prende la notte in cui le sue stelle si sono allineate.

venerdì 13 febbraio 2009

Le cose che pensano

Trascuro la capra, lo so.

La trascuro perchè vorrei scrivere di nuovo di Eluana Englaro (avevo scritto qui e qui), ma quello che volevo dire sta già scritto qui, amen.

La trascuro per via di certi sogni che ho sognato e perchè piove e nevica e fa freddissimo ma qui è primavera in anticipo, per i Negroni in giro, per le sere a teatro, per Milano che a volte è generosa.

La trascuro per Sean Penn, che è un incanto in Milk.
La trascuro per camminare in campagna, che la domenica mattina il fiume sembra un dipinto di Ruisdael.
E, se considerate che a me fa impressione l'erba, lo capite da soli ecc ecc

La trascuro e probabilmente diventerò anche ignorante di ritorno, ché non tocco un libro da Natale, e la biografia di Elisabetta I giace miseramente in fondo alla solita valigia.
La trascuro perchè domani lavoro (ah, gli eventi: mestiere ingrato che si fa la sera e nei weekend).
La trascuro perchè pare che da queste parti, la notte, non si dorme - e nemmeno si scrive però.
La trascuro in realtà perchè - delle molte cose che mi sono accadute nelle ultime settimane - nessuna mi va di raccontarla, essendo che sono cavoli miei e voi piccoli lettori fatevene una ragione, amen.

Edit
Non credo di avervi mai linkato questo dialogo, da cui insomma è nata la capra, perciò ve lo metto qui ora.
Anna Scott: I can't believe you have that picture on your wall.
William: You like Chagall?
Anna Scott: I do. It feels like how being in love should be. Floating through a dark blue sky.
William: With a goat playing the violin.
Anna Scott: Yes - happiness isn't happiness without a violin-playing goat


Cosa resta se si sottraggono i discorsi, e il sesso, e le risate e i dubbi e la paura e il futuro di cui parla Giovanni? Resta l'ombra calda della felicità, restano le cose che pensano, e - sospetto - l'amore.

domenica 11 maggio 2008

Chagall, il chèvre e i trucchi di radianza


Lo so, dovrei partire da Chagall.
La cultura chassidica, la reverie e quant'altro.
Quanto si divertivano nello shtetl di Vitebsk prima che cominciassero a sterminare gli ebrei un'altra volta.

Ma invece mi viene in mente il chèvre, nel senso del fromage. Col miele.

Il che praticamente è lo stesso della capra che suona il violino, è tutto quanto serve per sentire la felicità che frulla - qualcosa che non c'entra, che in principio non doveva essere lì.

Se ne potrebbe fare un elenco, delle cose che non c'entrano fra loro e generano piccoli miracoli per tutti i giorni.
Trucchi di radianza, li chiamava Sylvia Plath che un giorno, ovviamente prima di infilare la testa nel forno con successo, scriveva:

Miracles occur.
If you care to call those spasmodic
Tricks of radiance
Miracles.
The wait's begun again,

The long wait for the angel,

For that rare, random descent.

Ecco, anche la lunga attesa dell'angelo non è male. E' sorprendente che a parlarci dei trucchi sia stata la Plath, così come che sia stata Virginia Woolf, un po' prima di buttarsi a fiume - con successo, inutile dirlo - a lasciarci un'altra piccola grazia con violino, l'idea rivoluzionaria e felice di una stanza tutta per sè.

Linko le foto perchè così le guardate in faccia, queste due creature.
Ho messo due foto di loro da giovani e belle.
Di Virginia si diceva che, come spesso per le donne molto intelligenti, poteva essere molto bella o molto brutta, secondo i giorni. Qui in alto, secondo me, è bellissima e moderna.