lunedì 29 dicembre 2008

venerdì 19 dicembre 2008

Quello che A. non sa

Quello che A. non sa è che ogni giorno da allora io sono scesa a patti con lui e che ogni notte mentre dormivo e mentre ero sveglia il mio cuore ha fatto l'amore con lui senza chiedergli il permesso.
Non sa che parlavo con lui, quando già ero una donna di mondo, mentre facevo shopping sulle Ramblas e mentre cenavo in Belgravia, e che sembrava piangessi per altro, ma in realtà perchè avrei voluto sentire la sua voce in certe notti molto fredde o molto calde che ho attraversato, nelle penombre e in piena luce.
Sa che non volevo fermarmi con lui in un posto di mare, crede ancora che io sia andata via e immagino sia meglio così.
Ci siamo conosciuti in una piazza in settembre, e per ragioni che non sto a spiegarvi di quel giorno è passato alla (nostra) storia solo che io dicevo fa-caldo-sono-un-po-sudata e lui tra le mie gambe sussurrava meglio-così.
Certi amori non finiscono, ma è molto meglio fare finta di sì, e fare gli smemorati con se stessi e non tornarci sopra per nessuna ragione al mondo, tranne che nei dormiveglia in cui non si è imputabili di niente, e nei blog, che tanto non esistono per altri se non per se stessi.
Quello che A. non sa, e che non vorrebbe certamente sapere, è che non ricordo affatto come sia finita poi, perchè il suo sangue circola nel mio sangue da allora.
Sa, di sicuro, che volevo andare e correre, e che sono andata, non sa se ho corso oppure no perchè era già un altrove.
Ho corso, perchè volevo sapere e misurare.
Sono corsa via con tutto il fiato che avevo, inseguita dal suo corpo e dal mio, da certe sere romane e dal sangue nel lavandino, da Piazza Farnese, dai ricci di mare, da una sottoveste di seta azzurra, da uno schiaffo e dagli aerei presi al volo, dal sesso a perdere il fiato in un androne di Trastevere.
Ho saputo, e ho misurato, e ancora non ho smesso di andare; lascio alla notte, al Natale che arriva, al Negroni che circola dentro pensieri strani, il compito di restituirmi a lui.

lunedì 8 dicembre 2008

Un giudice a Berlino
















Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

(Enrico Berlinguer)


"...molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più."

Questa ve la regalo come anticipo di Natale, essendo Enrico Berlinguer intervistato da Eugenio Scalfari nel lontano 1981, cioè 27 (ventisette) anni fa.

Qui sotto, invece, c'è il regalo di Natale per il PD, stessa fonte.

"I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti."

Ma: oh, sì, che c'è un giudice a Berlino. E a Napoli, a Catanzaro. A Firenze.

A Napoli c'è un'inchiesta sui soliti appalti truccati decisi dalla Giunta comunale PD: Rosa Russo Iervolino, non indagata, ha detto tuttavia che "se il PD glie lo chiede se ne va". Uolter? Chiediamoglielo, a lei e a Bassolino, eh.
Facciamolo, per carità di patria, e per segno di civismo, e per onestà intellettuale, e perchè è adesso che vogliamo un'altro paese, facciamo che glie lo chiedi tu eh.
A Napoli ci sono i PM della DDA, che ogni santo giorno se la giocano coi boss di Scampia e con i casalesi, e qui lo capite da soli.

A Catanzaro c'era un giudice cui sono state sottratte le inchieste per corruzione e per truffa ai danni della UE per milioni di euro ricevuti per costruire opere pubbliche in Calabria, e spariti nel nulla.
Chiedendone il suo capo il trasferimento ad altra sede oltre che provvedimento disciplinare,il conflitto tra le Procure di Catanzaro e Salerno è arrivato uno scontro tanto violento da spingere all'intervento il Presidente della Repubblica, che presiede pure il CSM.

A Firenze, invece, c'è un GIP che ha emesso il 28 novembre un'ordinanza di sequestro e sette avvisi di garanzia per corruzione, che ha scoperchiato il vaso di Pandora di una gestione baronale e rossa. Ha scritto le sue 150 smilze paginette per dire che il PD fiorentino si spartiva favori, protezioni, appalti e consulenze da mezzo milione di euro l'una, affidate ai soliti amici degli amici e (a volte ritornano) intrallazzava con Salvatore Ligresti. Ha fatto saltare le primarie del PD in Toscana, e vivaddio messo in imbarazzo Veltroni. Ezio Mauro, che ha sottolineato l'affaire sulle pagine di Repubblica, si è ritrovato il sindaco Domenici (che non c'entra, peraltro) incantenato sotto la redazione fiorentina.

Massimo D'Alema, sì, quello che era stato intercettato da Clementina Forleo mentre diceva a Ricucci, che si accingeva a scalare illegalmente la BNL, "Facci sognare", ha detto a Maurizio Crozza che lui non vuole il potere, ma che se Veltroni ha bisogno di aiuto...

Alessandro Robecchi, come sempre, dice cose argute qui, ma e' inutile che ve lo dica, qualcuno che come tutti noi da molto tempo sa, ma non ha le prove, c'è.

A Walter Veltroni e ai vertici del Partito Democratico credo che tutti auguriamo di trovare la forza morale e politica di non fare proprio ora mercimonio della magistratura.
A quelli come Di Pietro, e come Renato Soru, auguriamo di continuare a raccontarci un'altra storia, a parlarci di politica come etica, come mediazione alta, come legalità e come onorato servizio alla comunità.
A quei PM, a quei GIP, a quei Procuratori Generali, al Presidente della Repubblica, auguriamo infine di trovarle, le prove.

Edit
No, dico. Va bene lo ammetto, sono in una certa confidenza con uno dei giudici di cui sopra. Interpellato sui fatti, ha testualmente dichiarato al mio cellulare: "Ah non ho letto i giornali negli ultimi due giorni, ero a fare gli esercizi spirituali". Avendo in seguito appurato che no, non sta scappando con una setta, questa passa direttamente nella top ten delle frasi celebri.

sabato 6 dicembre 2008

No, dico

No, dico/1
Siccome che c'è la crisi pare che la gente la butti sul superenalotto: la spesa è aumentata ad ottobre di circa il 230% rispetto alla media mensile degli ultimi due anni. E ho detto duecentotrentapercento.
Ma la gente (la ggente) non la smette mai di pensare alle minchiate?

Siccome che c'è la crisi, Gucci fa i saldi in anticipo, ma noblesse oblige solo su invito. E siccome l'invitata sono io (noblesse oblige) questa settimana mi è toccato accompagnarci a turno amici che devono fare i regali a mamme nonne e fidanzate, e amiche che non si può perdere l'occasione. Fra un po' ci metto una branda, e scatta la percentuale. No, la gente non la smette mai di ecc ecc.

Siccome che c'è la crisi, io mi sono innamorata di un portafogli delizioso di Louis Vuitton. Vuitton non fa i saldi in anticipo, o, se li fa, non mi invita. Ok, devo smetterla di pensare alle minchiate.

No, dico/2
Posso non amare quest'uomo? No, non posso.
Serenamente, pacatamente: che vergogna.

martedì 2 dicembre 2008

Special thanks

Sei anni giusti in una specie di delirio.
Da non crederci. E ancora, quasi senza il tempo di dormire, come ora (troppi caffè).
Guest star: il Crotalo, of course, perchè, come saggiamente ha detto M. una volta, il suo talento ci costringe ad essere tutti più bravi. A me, ha insegnato tutto.
Special thanks to:
- il Rude, per avermi chiesto al momento giusto di scrivergli quello che avevo in mente, "in tre cartelle" (sic)
- M., per il calore e lo sguardo, per i gesti e le parole che contano
- The Lady, per avermi scritto prima che lo sapessi "you're gifted, and talented"
- l'Incantevole, per le conversazioni su Bill Viola, le risate, e per un dono molto speciale
Mi domando se sono diventata proprio così come ci si aspetta che sia una che vive lì, fa quel lavoro lì, frequenta gente così. Spero di no. Nel caso, abbattetemi senza remore.

Vabbé, non posso trattenermi: ma delle volte, e piantarla di usare il potere, il governo, le leggi della Repubblica per sottrarsi non alle condanne ma ai processi, e per le proprie personali vendette pubbliche e private e pulizie per così dire etniche (leggi togliere di mezzo la concorrenza)? Io, che questo non è un paese, ve l'avevo già detto qui.

domenica 16 novembre 2008

Videla

Gasparri: "Veltroni è arrogante, stupido e incapace."

Gasparri è detestabile, ne convengo, ma santa pace, detesto dirlo ma mi sento un filino d'accordo.

E Tonino Di Pietro, in Parlamento: "Signor Presidente del Consiglio, anzi: Signor Presidente Videla."

Sul serio, ha detto Videla. Un grande.

Sedici

La brutalità con la quale la Chiesa di Roma tiene in ostaggio questo Paese, e soltanto in questo è ormai possibile, chè altrove è ridotta all'impotenza dall'essere i cittadini e i loro governanti non sudditi e laici.
L'irrompere nella universale e non-appartenente Chiesa silente in cui si sta svolgendo la Pietà di un padre che da sedici anni tiene una figlia tra le braccia accompagnandone la lunga agonia con un coraggio non solo morale ma anche civile che onora tutti.
L'offesa al corpo del Cristo deposto con un sondino per l'alimentazione forzata, e il trattenerlo coi farmaci in un'ombra di non vita e non morte.
Un uomo dolente porta in braccio il corpo del Cristo sotto le mura di questa città in fiamme, e ancora non trova una sepoltura che lo accolga nel mistero della morte perchè infine risorga.
Consegnate le spoglie al padre dopo la battaglia, offrite un sudario al corpo, date loro, infine, sedici secondi di tregua.

mercoledì 5 novembre 2008

A good morning

L'America che crediamo moribonda, in un giorno (una notte, per noi): una lezione di democrazia, di civiltà, di integrazione, una lezione, perchè no? di sogni e capre con violino nel cielo di Chicago, di speranza e di storia, quella che la storia siamo noi, ma con la S maiuscola - al mondo.

Ah, l'America. Gioco, partita, incontro.

lunedì 3 novembre 2008

Oh, Obama!

L'America avrà assai probabilmente un presidente nero, democratico, quarantenne, arrivato da molto lontano. E' nero e kennediano e star da paura, e infatti l'altro giorno ho visto una foto dove gli inquadravano la nuca, e mi sono domandata quand'è che qualcuno gli sparerà.

Mi sono anche domandata se è una sòla come Uolter, che in questo momento è a Matrix e ha appena detto che lui è stato a Denver alla convenzione democratica, meritandosi all'istante il (magro) premio "parla come mangi".
Mia madre, donna dalla inarrivabile cultura, utilissima per fare l'aiuto da casa se volete andare a "chi vuol esser milionario" o quando si gioca a trivial (e siete fortunati, perchè lei in tivu' non ci metterebbe mai piede, e di solito non gioca a trivial), dice sempre "se citi, cita giusto", che possiamo pure passare in "se traduci, traduci giusto, Uolter".

Mi chiedo pure quello che ha chiesto John McCain in campagna elettorale, e cioè: che mazzafionda pensi di fare Obama quando ci sarà l'attacco delle due torri, o un qualche casino in Iraq o in una qualunque delle molteplici polveriere del mondo, o quando la gente sarà per strada a causa di questa crisi economica che promette di essere lunga e crudele.

Ma, certo, Barack Obama alla Casa Bianca, se davvero gli americani avranno nella solitudine del seggio elettorale il coraggio di votare uno che è sì rockstar ma wasp nemmeno un po', è così rivoluzionario per l'America da far tremare le vene ai polsi.
A loro, e anche a noi, con la nostra gerontocrazia conclamata, con la nostra casta così inesorabilmente inespugnabile e senza speranza: Silvio ci ha detto l'altroieri che conta di ammorbarci fino ai suoi 120 anni, cioè a dire che uno solo resterà, perchè ci seppellirà tutti quanti, amen.

Non posso trattenermi: Uolter ha appena citato Facebook. Capite, il fatto che tutti aderiscano ai gruppi in favore di Obama e diano il loro endorsement alla sua campagna elettorale, ha un grandissimo significato politico. E' la ggente, bellezza. Tra poco dirà anche web 2.0, social network e forse anche olistico, così non ci facciamo mancare niente nemmeno stavolta. Aiuto. Io però ve lo avevo già detto qui eh.
Che il signore mi perdoni per questo, ma perchè non riesco nemmeno vagamente a immaginare che qualcuno voglia sparare a Uolter?

mercoledì 29 ottobre 2008

Una quiete accesa

Sentite Ungaretti che dice: Il vero amore è come una finestra illuminata in una notte buia. Il vero amore è una quiete accesa.



La Sternen-Nacht è stata dipinta da Vincent Van Gogh già malato di mente nel 1889 a Saint-Rémy, nel Sud della Francia, ed è quanto di più prossimo mi venga in mente a capre e violini.
Questa non è davvero Francia, è Sud nel verde argenteo che è quello degli ulivi vicino ad Arles, è Olanda nel blu rimasto negli occhi di Vincent, nei tetti, nelle finestre accese. E' quiete accesa tesa a filo dalle dita di un genio.


(Guardate qui ancora, il dito della Creazione della Sistina è esattamente la stessa cosa: quiete accesa).

















Giudicate da voi, se questo ha a che vedere con l'amore.

Io ovvio che non posso trattenermi:

E stasera ho tradito gli affetti
ho affittato i miei occhi a una banda di ladri
vedo quel che vedono loro
tu conosci mica qualcuno
che e' disposto a chiamarmi fratello
senza avermi letto la mano
amore mio
voltati dall'altra parte e fai
quello che Vincent non ti avrebbe detto mai
quello che Vincent non ti insegnerebbe mai
quello che Vincent non permetterebbe mai
quello che Vincent non regolerebbe mai
stasera.

(questo è De Gregori, Informazioni di Vincent)

Credits:
la Sternen-Nacht emana il suo assoluto splendore al MoMa, 53th E Street, NYC, US
la Creazione dipinta da Michelangelo Buonarroti (forse non) dorme sulla volta della Cappella Sistina, Musei Vaticani, Città del Vaticano
Informazioni di Vincent sta nel disco detto della Pecora, che si colloca (1974) dopo Alice non lo sa e prima di Rimmel; è lo stesso disco che contiene l'amatissima Dolce amore del Bahia.

venerdì 24 ottobre 2008

Volevo dirvelo

Silvio ha detto facinorosi.
Noi non ci facciamo mai mancare niente eh.

lunedì 20 ottobre 2008

Cose turche

Curdi e turchi si sono menati di brutto alla Buchmesse. Ma che ve lo dico a fare? Dovevate leggere la capra qui.

Orhan Pamuk ha rifiutato di fare l'incontro dei due perseguitati-con-scorta in pubblico (sempre a Francoforte), ma ha incontrato Roberto Saviano in privato, e insieme hanno partecipato a una cena per 30 scrittori organizzata dall'editore Hanser che pubblica entrambi in lingua tedesca. (Qui la vostra wonnie avrebbe proprio voluto esserci, a costo di doversene stare zitta tutto il tempo).

Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, ha pregato insieme a Benedetto XVI, capo della Chiesa Cattolica di Roma, sotto lo sguardo della cosmogonia dipinta da Michelangelo Buonarroti sulla volta della Cappella Sistina. Le due chiese sono in scisma dal 1504.

Jonathan Littell, quello delle Benevole, un altro bel librone sulle 1000 pagine, è stato in Caucaso a fare un reportage sulla guerra.

Vi linko Hagia Sofia, per l'incanto e la magia di certi tramonti su una certa terrazza.
Guests: muezzin, the, e capra.



Non posso trattenermi: Veltroni mi opprime quasi (ho detto quasi) quanto i progress del lunedì mattina. Ha mollato Tonino Di Pietro che, sgrammaticato quanto volete, dice cose di sinistra, di buon senso e di legalità (e infatti la base - se ancora così si può definire - gli fa la ola nei sondaggi), per avvicinarsi all'UDC.
Leggasi che ogni tanto Uolter va a pranzo con Pierferdinando per vedere se ha deciso di schiodare dal Polo delle Libertà (chiedetemi se schioda? no, non schioda), che per qualche ragione il nome di Leoluca Orlando in Commissione di Vigilanza RAI a Uolter medesimo non va giù (e ci spieghi perchè, vogliamo saperlo anche noi), che non sa bene se essere un tantino populista e andare in piazza a fare la Grande Manifestazione (io credo che sarà un flop, ma vedremo se mi sbaglio), o a cena alla Casina Valadier, o al cinema, o in Africa. Aiuto, qualcuno lo fermi.

(Niente paura, tra 15 giorni si vota in America e già mi sento che per un po' sarò tutta per Obama).

martedì 14 ottobre 2008

Non è un paese

Strano paese, questo che non sa proteggere uno scrittore.
Strano, che deve ripetersi che Gomorra è un romanzo, e che invece nei containers al porto di Napoli, o sottoterra nelle campagne di Napoli o del Casertano, non c'è niente di strano, davvero.
Strano paese proprio, le cui istituzioni non insorgono qualora una terrorista italiana, condannata all'ergastolo per gravi fatti di sangue, venga sottratta da un paese amico e vicino, appartenente all'Unione Europea, all'esecuzione della pena in Italia, pena decisa in 3 gradi di giudizio dal suo giudice italiano.
Strano poi, un paese il cui governo nomina ministro certe signore senza virtu' pubbliche, e in cui l'opposizione porta in Parlamento certe signorine che portano con sè solamente la propria saccente inesperienza.
Stranissimo, quel paese che salverà le banche dal fallimento, e non dice (e a cui nessuno chiede) quanti soldi costerà, e dove e come verranno trovati.
Strano, che nessuno, mai, ti chieda scusa, presentandosi chessò, per esempio, il capo del governo, o a piacere il capo dell'opposizione, una sera alla tua porta.

Sarà un autunno a dieci centimetri da terra per Roberto Saviano, che ogni volta che scende da un'auto la scorta lo solleva e lo trascina via, e lui ha lo sguardo un po' lucido.

mercoledì 8 ottobre 2008

Il prenditore nella segale

Per la categoria non posso trattenermi, sentite questa che incanto.

When you came, you were like red wine and honey,
And the taste of you burnt my mouth with its sweetness.
Now you are like morning bread,
Smooth and pleasant.
I hardly taste you at all for I know your savour,
But I am completely nourished.


E' Amy Lowell, una specie di Emily Dickinson, di cui vi ho parlato qui, ma un po' dopo, a Boston, e pure lesbica. Ah, l'America.

Ma ve lo ricordate il giovane Holden Caulfield? Titolo originale, bam, the catcher in the rye, e la canzoncina:

Gin a body meet a body
Coming thro' the rye,
Gin a body kiss a body
Need a body cry?

Ha tradotto JD Salinger in italiano una storica traduttrice da Einaudi, Adriana Motti, 1° edizione (la famosa copertina tutta bianca dei Supercoralli, poi ripresa variamente) nel 1961.

Se una persona incontra una persona
Che viene attraverso la segale,
Se una persona bacia una persona
deve una persona piangere?

E' questo che vuole essere Holden da grande, "colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale". Ah, l'America.

Colui che salva i bambini era per me Marco Lombardo Radice, maestro della psichiatria infantile morto troppo presto, a 40 anni soli, che prima di fare il maestro della psichiatria aveva (giuro) scritto "Porci con le ali" con la ragazza Lidia Ravera. Sì, Rocco e Antonia, e questo vale la lettura.

(«... e invece, Antonia, la mia grande angoscia di questi tempi è cominciare a vedere che tutte queste cose, il femminismo l'autocritica la rivoluzione, sono importanti, ma non sono ancora tutto, anzi sono forse solo una piccolissima parte di un viaggio molto lungo che non so quanto duri né dove porti e se porti da qualche parte. Alla fine del quale dovrebbero esserci due nuovi Rocco e Antonia, diversi, pieni solo di amore e di cose belle... ma per arrivarci bisogna strippare come disperati, stare molto soli e guardarsi dentro con molta cattiveria, accettare senza prendersi per il culo le cose molto dure che ci possono dire o far capire i compagni di viaggio, essere capaci di dirne di altrettanto dure». Questo era il prima.)

Ci ha lasciato un saggio che si chiama Il raccoglitore nella segale, in una raccolta che si intitola Una concretissima utopia, pubblicato (postumo) da Linea d'Ombra nel 1991.

Scriveva: "Sai quella canzone che fa 'Se scendi fra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno'?...mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell'immenso campo di segale ecc.ecc.. Migliaia di ragazzini, intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltare fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale..."

E ancora: "Semplicemente, banalmente, mi chiedo se non possa servire ad un adolescente comprendere che alcuni dei drammi con cui si confronta sono sì irresolvibili, ma non per questo così atrocemente monadici come spesso appaiono; che attraverso di essi sono passati genitori, nonni, e le generazioni prima, e altri passeranno dopo di lui. Mi chiedo se non sia questo, e solo questo, a consentirgli di sentirsi speciale ma non alieno; di fantasticare a volte di essere il primo al mondo per cui tutto sarà diverso e chiaro senza mai sentirsi l'unico che non trova la risposta; di pensarsi in grado di fornire ai propri figli risposte che non ha avuto dai padri senza mai viversi come l'anello rotto che interrompe un'infinita storia di itache raggiunte. Di avere una memoria di sé, del mondo, che travalichi la disperazione dell'oggi; che tolga alla perdita dell'innocenza quanto meno il sapore della non-umanità. Mi chiedo se questo non sia uno dei compiti dell'adulto, dunque anche nostro."

Infine: "la politica è l'ostinata ricerca dell'interesse dei deboli".

Devo a una giovane donna bionda - che un giorno, vedendo, non si è trasformata in una statua di sale - e a questo libriccino, la speranza.

martedì 7 ottobre 2008

Provateci voi

Sinceramente, come hai fatto a cavartela in tutto questo tempo senza mascara waterproof e senza umorismo?
Michael Cunningham, Carne e Sangue




...provateci voi, un opening in una galleria d'arte, una festa con dinner e una cena di lavoro in una sola settimana, che non vi passa mai più, ma si deve, sfidando il grandissimo kissene che fa capolino dal vostro benfornito e maimorto cassetto denominato "dei cattivipensieri".

Provateci voi, che tutti i lunedì mattina c'è la rissa tra i creativi dell'agenzia, che già si odiano più o meno tutti e vicenda, e a coppie hanno smesso di rivolgersi la parola (Tizio non parla a Caio, Caio non parla a Tizio e a Sempronio, Sempronio e Caio ancora si parlano ma litigano tutti i giorni e talvolta si chiudono in cupi silenzi, e così via dicendo).

Provateci voi, che coi Tribuni della plebe (il Rude e M.) ad ogni riunione uno perde tre anni di vita (quando uno si è convinto, l'altro ha un'obiezione e viceversa, si può andare avanti per ore, anche giorni, penso).

Provateci voi, che mentre progettate un evento fikissimo per il cliente dell'automotive, vi crolla la Borsa e tutti i clienti si precipitano a tagliare i budget.

Provateci voi, ad avere nella stanza accanto il (beneamato, s'intende) Crotalo nella doppia veste di: 1) cupo tendente all'incazzato (per via delle previsioni per il 2009, per la Borsa, e altre faccenduole che, sinceramente, non sono affari vostri) e 2) influenzato di brutto.

Provateci voi, ad avere nella testa che organizzare la mostra di una giovane artista giapponese che vive a Londra era più o meno il vostro sogno di bambina, e adesso che ci siete dentro vi sentite strana e felice.

Ve la faccio corta: per il mascara mi sono attrezzata da YSL (ma non waterproof, in generale nella vita mi piace rischiare l'effetto smokin'eyes della lacrima improvvisa, che fa un sacco fashion), e poi ho pur sempre l'Incantevole con cui ridere di brutto.

lunedì 6 ottobre 2008

David F. Karamazov

David Foster Wallace era quello che si definisce un cult. Per la precisione - uno scrittore cult.
Si è impiccato il 12 settembre a Claremont, in California, e così finisce nel nostro elenco di quelli che (non lo dicono ma) lo fanno, in buona compagnia con Virginia (Woolf) e Sylvia (Plath) di cui abbiamo già parlato qui. Ha scritto un librone di 1000 e poldo pagine che si intitola Infinite Jest, una tentazione, lo giuro. Appena ricompare, lo compro - l'edizione Einaudi è andata esaurita per l'effetto cadavere, lo capite da soli.
C'è il declino dell'impero americano ormai già declinato e morto, e una lingua che - dicono - sta tra Ulysse e la qualsiasi cosa, poi metteteci Zola (per il realismo, ovvio), e Delillo, e qualunque cosa sia uscita dagli US da 50 anni a questa parte e il Time e il NYT che gridano al miracolo, e qualche illustre lettore che fa il vedovo. Addio, David. Non ti dimenticheremo, no no.
Quindi, con una rapida spannometrica analisi e una altrettanto felina spannometrica sintesi, rispolverando il mai morto progetto Riempi il Tuo Buco Nero, di cui vi ho puranco già parlato qui, soppesando le 1000 smilze paginette - sentite, io ho iniziato i Karamazov.
Adieu, miei piccoli lettori, la capra intona la candenza indiavolata di Joseph Joachim nei cieli di Santa Madre Russia (Brahms, concerto per violino, opera 77, non sapete mai niente però eh).
Ne verrò fuori verso Natale, credo, se prendo spesso l'influenza e sto a casa tutte le vacanze.

giovedì 25 settembre 2008

SI.

Questa non ve la spiego, perchè è una faccenda strettamente privata.
Ma accade che questo sia il mio quadro, e accade che sia bellissimo.

lunedì 22 settembre 2008

Blòggati tanto così

Avete notato che facebook serve solo a farsi i c**** degli amici?
Avete notato che - di converso - si ha quel gran culo di essere inesorabilmente messi al corrente del fatto che Mario ha starnutito, e che Piera ha preso la tachipirina? E poi, solo per darvi un piccolo saggio da ieri a oggi: D. è andata a casa a cucinare (e S. dopo pochi minuti: brava); S. all'aeroporto - scatenando un coro di commenti: ma dai? a fare cosa? dove vai? quando torni?, e lui, un paio d'ore dopo: tranquilli, sono tornato; F. in palestra, l'Incantevole - pure lei - è un po' giù; C. recita a teatro, D. ha parlato col suo compare (compare??), e via esternando.
In preda a un temporaneo stato di incoscienza sono stata tentata di scrivere che io e la Manu ci siamo comprate gli occhiali da sole insieme l'altro giorno, ma mi sono subito ripresa eh. HO DETTO CHE NON L'HO FATTO, GIURO.

Poi ci sono i gruppi, creati per qualsiasi insulsaggine vi venga in mente: il mio preferito per ora resta il gruppo "Colin Firth will always be my Mr Darcy" (il che è un bell'esempio eh), ma sono iscritta, per dire, a Impresa 4.0, a London Art Galleries, ai fans del MOMA e di Jean Michel Basquiat, e anche a "Nessuno tocchi Marco Travaglio", per dire.

Io ogni volta vorrei scrivere: stikazzi, ma credo sia impolite e poco social networking, che nel mio caso non è nemmeno professionalmente bello, no no.

Piuttosto che metterci le foto mi taglio le mani, ve lo giuro ora e per sempre. Già ho la capra, che mi ha preso il cuore, in cui sciorino certi fatti miei (e il link al momento è infatti segretato come Fort Knox).


Perchè ci sto io, domanderanno i miei piccoli lettori, quelli hegeliani marci almeno.

Perchè lì sopra, io sono diventata amica di un certo libanese musicista e disegnatore geniale (48 ore di felicità), di un belga pittore di acrilici di talento, di una certa strepitosa artista austriaca che tra pochi giorni espone a Milano, e capra e violino hanno preso d'incanto a rullare.

domenica 21 settembre 2008

Ma certe volte...

...certe volte, i pubblicitari ce la fanno.

Cliente: BMW Italia

Agenzia: D'ALV BBDO

Copy: Marco Venturelli

Art: Anselmo Tumpic

Prodotto da Movie Magic (location: Spain)

Regia Anthony Atanasio - Valerie Martinez

venerdì 19 settembre 2008

Il corto

Ho insistito molto, per averlo.
Anzi, è stato il mio primo pensiero quando questa avventura è cominciata.
Io non volevo fare gli eventi, cioè non solo - ma di sicuro, volevo avere i corti.
Piccoli, poetici corti per fare innamorare quelli che a tutta prima avrebbero storto il naso, per vendere sogni, per ricordare, per vincere premi (mica stiamo a pettinar le bambole qui, eh, qui si fa il business).
Quindi ho chiamato P.
P. ha 21 anni, quindi in generale sarebbe piccolo, però ha un talento grande.
E' magro magro, un un bel sorriso elegante e ironico da figlio bennato, il suo talento lo rende svampito e nemmeno bamboccione.
E' stato con me, con noi, sempre, ha filmato il briefing e le modelle e Milano di fine estate e l'evento. Mi ha parlato ininterrottamente, finchè non l'ho minacciato di cose molto brutte se non stava zitto tre minuti, e l'ho spedito a cercare ancora un po' di immagini. Alla fine aveva 30 minuti di girato, ed eravamo tutti sfatti.
Ieri mi ha mandato il corto, che è lungo 8 minuti. Quando ho obiettato che forse 8 minuti erano tanti, P. ha detto: "oh, ma non è mica noioso", e non ho saputo resistere, gli ho detto mandamelo-così.
E' bellissimo.
E' mio, quella che nel video tiene il briefing coi fogli in mano sono proprio io, ed è una gran bella storia.

mercoledì 17 settembre 2008

Most of'em shock the hell outta me

Vespa. Torna il freddo, e lui torna in video.

Ieri sera passata la mezzanotte ha detto ai massimi rappresentanti sindacali del paese impegnati nella vicenda Alitalia, riuniti a Porta a porta: "Ohe, ragazzi, ma non scherziamo eh, l'Alitalia si salva, ci mancherebbe altro", gli ha indicato la scrivania di Berlusconi, sì, quella del contratto con gli italiani e ha aggiunto: "Lei, eh, Epifani, si siede? Firma? E lei Berti, che fa? Eh? Su su".

Stasera invece si accinge a parlare del delitto di Perugia. Simonetta Matone è già seduta, fra un po' sicuro che arriva Crepet, poi forse la Parietti, Miss Italia e Francesco Bruno, ovviamente, il criminologo ciccio con la barba.
Dopo la prima tornata di spot tirerà fuori il plastico della casa del delitto.
Manca niente eh.
Non posso proprio trattenermi da questo quote da autorevole fonte, il film Pretty Woman:

Edward Lewis: It's just that, uh, very few people surprise me.

Vivian: Yeah, well, you're lucky. Most of 'em shock the hell outta me.
Vorrei aprire una lista, delle cose che mi scioccano a morte, perchè grazie al cielo sono una quantità.


Non posso trattenermi/2
Vi linko un post dal blog di Blackcat perchè mi sciocca a morte pure quello. A parte l'ovvia riflessione sulle discriminazioni e sul dolore, a me sono venuti una lunga serie di pensieri malignerrimi sull'advertising e sugli eventi, che però vi risparmio.
Non posso trattenermi/3
So che questa mia fissa è molesta, ma volevo dirvi che Rumiz è al Polo Nord. Si sono aperti i ghiacci? Ezio Mauro ci ha impiegato 2 nanosecondi a spedirlo a prender del freddo.
Ma questo cristiano, stare a casa, delle volte?

domenica 14 settembre 2008

Un paio d'ali

Avete per caso viaggiato, di recente? Intendo dire, avete per caso perso un aereo, triangolato quindi girando la vecchia Europa per arrivare alla vostra destinazione finale? Lo so, sono un po' sadica, ma è proprio lì che voglio arrivare: avete preso Alitalia? Avete notato niente?
Beh, inutile dire che io sì, ho notato - quella che triangolava ero io, ovviamente (per via del network, per l'amena descrizione del quale vi rimando a un post precedente, Beato te che viaggi per lavoro). Vabbè, ve lo dico, ho perso l'aereo.
La mia amata E., unica risorsa se siete dispersi ovunque nel mondo e potete rivolgervi (per procurement del network) soltanto a una agenzia di veri pazzi -tranne lei, e che ormai ha salvato e riportato a casa me e il Crotalo da numerose parti del pianeta e in situazioni oltremodo speciose, ha, nell'ordine:
- consolato la mia crisi di nervi (con lacrime)
- proposto che andassi a Malpensa a prendere un'altro volo, e qui ho avuto un'altra crisi di nervi perchè ci avevo appena messo 1 ora per andare a Linate ed ero sfinita da settimane di lavoro a 1000 e faceva un caldo tremendo
- categoricamente escluso che io triangolassi via Roma, perchè Alitalia da ora in poi fa lo sciopero bianco e poi comunque non fa più volare gli aerei (si chiama grounding, che è tipo game over) e quindi a Roma sarei rimasta (per ore? giorni? per sempre?)
- trovato la soluzione. Ho triangolato via Parigi (ci credereste? a Parigi piove, minchia ma piove sempre)
Le macchinette per il checkin elettronico non funzionavano, e quando ne ho trovata una comunque non accettava il mio checkin, perciò ho fatto la fila da brava (quella della business, l'altra era apocalittica, e non è che sia il 3 di agosto eh) - da brava non tanto, vabbè.
Il primo volo era in cosharing Air France, ma la crew era italiana, e lì li ho guardati. Si sono raddrizzati di schiena, c'era uno steward che sono sicura un mese fa era alto dieci centimetri meno. Le shampiste solite di Alitalia, nemmeno l'ombra, non erano proprio le hostess di Singapore Airlines o di BA, ma insomma si potevano vedere. Sorridevano un po', e non avevano l'aria scocciata, e nemmeno un forte accento romanesco, non flirtavano con gli steward, non se la raccontavano nemmeno tra loro. Miracoli della minaccia di licenziamento.
Certo, quando un passeggero davanti a me, un tipo che poteva essere al Fayed padre, quello di Harrods (con l'ovvia considerazione che al Fayed padre non prenderebbe mai un volo Alitalia), ha chiesto la salviettina calda, la hostess lo ha apostrofato con un mirabile: "Io glie l'ho offerta prima, MA LEI DORMIVA", ricevendo uno sguardo imbarazzato (per lei) e che guardava nell'angolo in alto a destra.
Ora, uno sarebbe anche solidale, e anche un po' sindacale, se non avesse visto i voli di prima mattina da Linate o Malpensa perennemente in ritardo perchè le sciampiste devono arrivare da Roma e poi smistarsi, fare colazione, truccarsi, salire sugli aerei per dire con aria scocciata biscotti-o-salatini, e che il caffè non c'è "perchè non ce l'hanno imbarcato" (sic), se non avesse visto aerei scalcagnati anche sui voli intercontinentali dove BA e Lufthansa hanno ormai dei lettoni al posto delle poltroncine in cui ti rattrappisci per dieci ore di fila, e tariffe imbarazzanti (corporate LIN/FCO, concordata dal network, circa 600 euri, e ho detto seicento, in economy), se non avesse avuto a che fare con un call center di pazzi deliranti che se chiami 10 volte ti dicono 10 cose diverse sullo stesso soggetto, e se non avesse passato del tempo nelle loro biglietterie piene di imbucati che non sono in grado di fornire le regole tariffarie di un biglietto emesso da loro (provate a Cadorna, per credere). Se non avesse constatato che se cerchi un volo per Amsterdam, il sistema nel sito web di Alitalia ti propone 3 voli diretti in orari improbabili e 10 voli via Roma, cioè secondo loro da Milano vai a Roma e poi risali fino all'Olanda, il che forse funziona se ti sei preso un anno sabbatico, che non è il mio caso e nemmeno quello di un sacco di gente.
Ora, stanno a picchettare, ovviamente a Roma (starò diventando leghista?): riporta Repubblica che una hostess ha detto che se il suo stipendio viene decurtato a 1100 euro, piuttosto va a fare la commessa. Buona idea, c'è sempre la sciampista che pure è da prendere in considerazione, come lavoro. Dietro questa gente preme una schiera di giovani pseudoveline, che ci andranno sicuro, per 1000 euro, a far le hostess, visto che prima, per lo stesso stipendio, facevano le commesse precarie.
Io ne ho abbastanza di questa gente senza orgoglio, che pur facendo un lavoro di privilegi e stipendi dorati ne è un tantinello seccata, che si rivolge in italiano a passeggeri palesemente stranieri, che parla l'inglese (leggendo sul cartoncino) come Totò.
Dovrebbero fare a tutti un training da Gucci, dove tutti parlano tutte le lingue, tutti ti sorridono amabili e se compri un berretto di lana da 100 euro ti intrattengono deliziosi in tre. Non credo che i commessi di Gucci si arricchiscano col loro lavoro, ma di sicuro shampiste lì non ne assumono.
Air France, volo successivo del mio pellegrinaggio: hostess deliziose, cibo delizioso, sushi fresco con lenticchie. Immaginatevi Alitalia, a servire pesce crudo: un'apocalisse di salmonella.
Aereo in orario perfetto, inglese e francese impeccabili.
Io lavoro in un posto dove, appunto, si vola come e quanto e dove l'azienda richiede, dove anche i centralinisti rendono conto di come si comportano, dove, se non parli un inglese decente, non ti assumono, dove sviluppare i propri talenti è considerato il minimo indispensabile per poter restare. La moltitudine di noi non si arricchisce di certo, fa ore di mezzi pubblici ma alle 9 è lì, e se fa straordinari non gli vengono comunque pagati.
Venerdì vado a Roma, con AirOne.

venerdì 5 settembre 2008

Si sta come d'autunno

Fa ancora un caldo bestia, ma Rumiz è tornato a casa passando da Istambul, e Giuseppe Cruciani è tornato ad ansimare stizzito dalle telefonate degli ascoltatori nei microfoni di Radio24 alle 8 di sera, mentre Ferruccio de Bortoli alle 7 e 30 del mattino fa la rassegna stampa e si scusa con gli stessi per averli messi in attesa, con la sua impeccabile erre appena arrotata, Lorenzo Jovanotti si sposa questo sabato a Cortona, del Liga abbiamo già detto. Avercene, di punti fermi come questi.
Io invece non so cosa mettermi, che precarietà, fortuna che mi piace TUTTA la collezione autunno inverno di Details.

mercoledì 3 settembre 2008

Pericoli

Pericolo, 1
Settembre, andiamo, è tempo di ricominciare col brainstorming, santa pace.

Per un piccolo saggio del genere, vi rimando a un post di luglio, Lancia il mobile, il genere è quello, demenzial-surreale, il che mi spinge a una assennata riflessione: o facciamo quel genere di lavoro fichissimo, qualunque esso sia, che suona circa "mi pagano per pensare/dire/ fare/leggere delle grandissime minchiate", oppure ho ragione io, che giro per l'agenzia con aria tragica, tipo la Duse aggrappata alle tende, (aiutata, lo ammetto, dal mio nuovo eyeliner nero Chanel da 19 euros), dicendo che voglio andare a fare l'infermiera in Afghanistan per Emergency e che basta con sta roba. Va bene, come infermiera non mi prendono, ma magari la logistica.

Allora, a furia di sentire scemenze e frasi tombali (nel senso di "da seppellire") durante queste estenuanti riunioni (stare riuniti è ancestrale, rassicura, si socializza, si cazzeggia, si mangia, si ha pure la sensazione di lavorare), ho inaugurato la lavagna.

Forse non vi ho ancora comunicato che sono da tempo ormai la fortunata occupante dell'ufficio più figo dell'agenzia, quello nel sottotetto, ribattezzato da me "la mansardina" in un momento di leziosità senza remissione. Ora immaginatevi la vostra wonnie soave nell'ultimo ufficio in fondo al corridoio dell'openspace, in un'area dove non si capita per caso nè si passa, ci devi venire solo se hai un motivo preciso e dettagliato da sfoderare, le visite esterne debitamente annunciate e inesorabilmente bloccate dalla receptionist che è amichetta della wonnie medesima e angelica veglia, il beneamato Crotalo nell'ufficio accanto che quando è di genio viene in visita a mettere ordine da me per rilassarsi (cioè mi butta via le cose, inutile dirlo), due scrivanie al posto di una in quanto secondo quelli della logistica "sei troppo disordinata, mettiamone due che è meglio". Vabbè, mi hanno portato via un armadio e una lampada nottetempo "perchè gli servivano", ma che vuoi fare, è una guerra.

La lavagna magnetica (di recupero, rubata a qualcun altro, suppongo) dopo due giorni era già leopardata di appunti e puntine che tengono su fogli che se no si perdono inghiottiti dal casino o dal Crotalo nella sua versione "piccolo archivista", ma da ieri ci troneggia scritto sopra il seguente concetto epocale partorito nell'ultima riunione sulle note pastiglie di cioccolato:

"Un m&ms da solo è pericoloso."

Pericolo, 2
Dopo una notte e una mattinata tribolate assai, Milano è tappezzata dalla copertina di Vanity Fair, questa: echeccavolo, mentre una ragazza è impegnata nella guida della sua autovettura, è pericoloso.

sabato 30 agosto 2008

E meno male che il bongo l'ho lasciato là

Questa ve la spiego un'altra volta, ma confermandovi che i treni italiani paiono davvero Calcutta, vi informo anche che esiste questo.



E questo.




E che, al tramonto, se siete ragazzi fortunati, potreste avere questo.

Piccoli favori, capra con bongo of course.

mercoledì 27 agosto 2008

Con la C

Conferma, consolazione, gioia.

(Ci sono più cose in cielo e in terra, miei piccoli lettori, di quante se ne sognino nelle vostre inutili osservazioni grammaticali.)

E poi: capra.

venerdì 22 agosto 2008

Mai più senza

Io in questi giorni ho in mente solo due cose: la lilybag di D&G, una cosetta (ma deliziosa, deliziosa!) per tutti i giorni che se ne va intorno ai 1200 euros ma che TUTTAVIA secondo me in nero è intramontabile, e che potrebbe soppiantare l'agognata (sto duramente venendo a patti tra l'imborghesimento e lo schiaffo alla povertà, per ora - sospiro - ha vinto il secondo) Vuitton, e la roncola.




La roncola si compra in edicola, è una di quelle collezioni che io adoro tipo "tutti i taxi del mondo", "il presepe completo", "tutte le tazzine di Meissen", che ogni settimana o mese ne esce un modellino. Questa qui non so, sarà "tutti gli attrezzi di campagna" o qualcosa del genere, ed è anche un po' malsana, vista la quantità di Garlaschi e Cognes che circolano. Però non so che farci, mi fa lo stesso effetto delle "offerte della settimana" del Lidl. Sono giusto ancora in tempo per la pistola sparapunti elettrica, il trapano a percussione, le fascette in plastica fermacavi a soli 2,99 euros.

venerdì 15 agosto 2008

Georgia on my mind

Ora dovremmo aver capito tutti quanti almeno due cose:
  1. cosa intendono davvero quelli che vorrebbero che la Turchia entrasse nell'Unione Europea

  2. perchè la Russia non ci pensa tre secondi a scatenare una guerra per l'Ossezia del Sud
Io almeno l'ho capita così, perchè è tutta l'estate che me la godo di brutto in letture di robe caucasiche, e quindi mi sono scaricata subito le mappe per capire dove accidenti sia l'Ossezia (del Sud, il che ci fa ben pensare che ci sia pure quella del Nord).




Capito cos'è il Caucaso? Una roba di montagne tra, udite udite, la Russia, la Turchia, la Siria, l'Iraq. I mari sono il Mar Nero (a sinistra) e il Mar Caspio.

Nella mappa qui sopra non si vede l'Ossezia, ma si vede benissimo che il Caucaso rappresenta (ancora!) il confine dell'impero. Quale impero, lo decidete voi, se volete avere una visione euro- o slavo-centrica. Quel che è certo, è che il corpaccione della Turchia sta per il 99% in Asia, rappresentando non a caso il restante 1% quel posto fantastico e benedetto da tutte le religioni che è Istambul. Istambul sarebbe Europa, senza dubbio, non fosse che in Turchia il governo Erdogan ha appena approvato una legge che liberalizza il velo islamico nelle Università (bocciata dalla Corte Costituzionale), il che fa pensare al tentativo strisciante di ripristinare la legge coranica. Cui, certamente, gli istambulesi sono contrari, ma che dire del resto del paese?

Basta che prendiate un traghettino al molo di Eminonu per quello di Uskudar (eggià, l'antica Scutari, testoni che non siete altro) proprio lì di fronte, e sarete irrimediabilmente in Asia. Trabzon, l'antica Trebisonda sul Mar Nero dove all'inizio di febbraio del 2006 è stato ucciso don Andrea Santoro da un ragazzino estremista islamico di 16 anni, non è lontana dal confine con la Georgia. Eccoci, eccolo il destino della Turchia, che ci fa dire o di qua o di là. L'ha capito prima e meglio di tutti Vladimir Putin.


Così, noi stiamo qui a dire che, ma certo, la Turchia è Europa. Sorvoliamo sul fatto che non si può parlare del genocidio degli Armeni che è una roba del 1917, sul giornalista Hrant Dink ucciso l'anno scorso da un altro estremista (di Trabzon, ma che hanno tutti lì?), sulle fanciulle vergini spinte al suicidio nell'Anatolia rurale (confine con la Georgia, of course) qualora mostrino blandi interessi o comportamenti di tipo occidentale. La Russia a sua volta è disposta (forse) a lasciar fare, ma certo non a lasciar perdere certe altre faccenduole caucasiche che appunto stanno sui suoi confini. Guardate qui, che coacervo di questioni, questi si fanno la guerra da sempre.


Prima, la Georgia: ha almeno 3 questioni indipendentiste aperte, l'Ossezia del Sud, come si è visto, ma anche l'Abkazia (che se ne vuole diventare indipendente, sotto il protettorato russo come le Ossezie), e l'Agiaria (che idem). Essendo dotate entrambe di porti sul Mar Nero, e di basi russe (più o meno) smantellate, Putin se ne occuperà come fossero pargoli suoi.

Appena a Nord c'è la Cecenia, della quale la Russia si è già, come è noto, occupata. Due guerre hanno soffocato nel sangue tutti i tentativi ceceni di rendersi indipendenti da Santa Madre Russia. Si è trattato di una specie di pantano afghano per la Russia, che ha compreso anche il radere al suolo la capitale Grozny, il massacro di Beslan (che è in Ossezia del Nord, ma sul confine), numerose altre azioni terroristiche, assassini politici compiuti dai servizi segreti, e 250mila morti e 100mila sfollati. Per dire.

L'Inguscezia invece la Russia l'ha usata per stivarci le truppe per combattere i ceceni, e i ceceni sfollati indovinate dove sono andati a rifugiarsi? A loro volta, gli ingusci erano stati in precedenza oggetto di una delle solite pulizie etniche.

Poi c'è la Circassia, da cui nell'impero ottomano si esportavano le schiave più belle, e la Cabardino-Balcaria che è definita da Peace Reporter "un'altra polveriera balcanica".

Tutti parlano lingue diverse (e il russo, per capirsi immagino). In una lettera, inviata a Caterina di Russia nell'agosto del 1785, scrive il suo ambasciatore a Istambul: "Ai Romani occorsero 134 interpreti per tenere commerci con i popoli caucasici. (...) Intorno al 1720 soltanto nel Daghestan venivano parlati 300 idiomi, vicendevolmente incomprensibili..."

Tutti, infine, sono sostanzialmente montanari, cioè da millenni fanno la guerrilla, mica la guerra.

In questi giorni al Consiglio di Sicurezza dell'ONU l'emissario russo ha usato tutto il sarcasmo possibile per far notare a Bush che la Russia sta soltanto sostenendo il diritto dell'Ossezia all'autodeterminazione e all'indipendenza, esattamente come gli USA hanno sostenuto quelle del Kosovo filooccidentale nei confronti della Serbia filorussa.

Lo sapete come si chiamava anticamente il Caucaso? Era la Colchide, quella dove Giasone andò a recuperare il vello d'oro, insieme a Medea, che anche quella è una storia piena di sangue.

Come lettura estiva istruttiva, leggetevi "L'imbroglio del turbante" di Serena Vitale, giusto edito in economica Oscar Mondadori, da cui è tratta la precendente citazione delle lettera a Caterina di Russia. Serena Vitale è una slavista, insegna letteratura russa credo alla Cattolica di Milano, ha scritto per Adelphi quel gioiellino che è "Il bottone di Puskin", e adesso - con il solito incantevole stile e con elegante precisione delle fonti - ci racconta tutto su quello che succedeva verso la fine del '700 da quelle parti, cioè un gran sferragliar di truppe che molto somiglia.

Infine: vi domandaste dov'è Rumiz - sta più a nord, sta per arrivare a San Pietroburgo dopo aver bevuto vodka in tutte le izbe ghiacciate dal confine con la Finlandia in giù. Se vi domandate se per caso abbia incontrato monaci-maghi nei loro monasteri abbandonati, o se abbia preso un freddo becco e dormito accanto a stufe e mangiato blinis, beh - ma che ve lo dico a fare.

domenica 3 agosto 2008

Grazie al cielo

Rumiz è partito anche quest'anno.
Adesso sì che è estate.

Già che vi cercavo il link dell'articolo di oggi su Repubblica (per capirci, quest'anno va coi mezzi pubblici da Capo Nord circa a Istambul, lungo il confine orientale dell' Unione Europea, slurp), che non ho trovato - ho trovato però questa roba qui, benedetto web:-)

Vedo volare sopra di me i violinisti di Chagall, il vecchio padre barbuto di Bruno Schulz, i sogni di Chaim Potok, i fantasmi di Isaac Singer.

Evvai.
La citazione viene dal libro di Rumiz "E' Oriente", Feltrinelli.
Io, che ovviamente l'ho già letto, sono già piombata mani e piedini ne "La famiglia Moskat" di Isaac Bashevis Singer, che lì capre e violini si sprecano proprio. Siccome è edito in italiano da TEA, che sta facendo una promozione, capace che se siete delle vecchie volpi ve lo pescate da qualche parte a 5,90 euri, che per quasi 600 pagine non è mica male.

Vi domandaste chi fosse, siete delle capre (appunto), ché Singer ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1978, è nato a Radzymin (in Polonia) nel 1904 da un rabbino figlio di rabbino ecc per le solite settanta generazioni, quindi di fisso parlava solo yiddish e aramaico. Scriveva, e quindi vedi i casi della vita comincia a scrivere come corrispondente estero (da Varsavia) del Jewish Daily Forward, con sede a New York. Nel 1935, anche lui appena prima che accadesse la madre di tutti gli orrori del '900, trasloca in America e comincia a scrivere in inglese. Non riesco bene a dire se è cool (vabbè, io vedo CSI) o cheap, ma è morto a Miami nel 1991.

E se parliamo di polacchi che scrivono in una lingua non madre (cioè l'inglese), posso farvi mancare la citazione del mio amato Conrad? No, non posso.

martedì 29 luglio 2008

Non dovete badare al cantante

Che cos'è l'amor
è un indirizzo sul comò
di un posto d'oltremare
che è lontano
solo prima d'arrivare.

venerdì 25 luglio 2008

Lancia il mobile

Scendo giù, che c'è il brainstorming.

E' andata circa così, che c'è stato il festival di Cannes, no, non quello dei film. Quello dei pubblicitari. E' una settimana di giugno in cui Milano si svuota di creativi &co, che si trasferiscono tutti in Riviera a fare delle feste in piscina, e a bere dei daiquiri sulla Croisette, la maggior parte invitati da qualcuno, che vuol dire che non pagano loro.
Lì a Cannes, ad una cena, il cliente della telefonia ha detto che vuole fare l'evento. Da 3 milioni di euro.
Il concetto emerso dalla cena è il seguente: "dice Caio (direttore della comunicazione della telefonica) che stavolta vuole fare il botto con Sempronio (che sarebbe il suo amministratore delegato, the boss) - quindi COME MINIMO dobbiamo finire su youtube. Se lo sono detti mentre bevevano il Brunello a Cannes."

Ora. Per la verità dei segnali c'erano eh.

Intanto non erano a Cannes, ma a Grasse, e questo lo so per certo perchè l'evento a cui erano ospiti l'ho organizzato io. Ok, questo è un dettaglio, d'accordo.
Poi, il Crotalo, che era presente, con il quale sono piuttosto in confidenza, ha commentato laconico: "non era Brunello, era Borgogna". Ah, dicevo, pareva strano.
Dell'evento e dei 3 milioni non ne sa niente, dice solo che a cena sono venuti a parlare del MIO TALENTO e loro sono rimasti colpiti. Mica paglia, eh. Gli sarà venuto in mente dopo, una volta tornati nelle loro camerette.
Terzo: su youtube ci finiamo sicuro, carichiamo noi il video, che problema c'è. Ma loro intendevano finiamo al tg1 delle 20, era una sintesi la loro.
Ma vabbè, per 3 milioni di euro scendo - anche per meno a dire il vero.
Trovo un quindici persone sedute a semicerchio in area break. Si è presentata la unit del cliente al completo, stagisti inclusi, poi ci sono il direttore della unit, la direttrice dell'innovazione Ginevra Lancaster, il direttore del digitale, la direttrice creativa, la direttrice eventi (che appunto sarei io). Già il brainstorming in 15 non va bene, ma tant'è.
Manca il direttore generale, che era presente alla cena, perchè dopo Cannes, sfinito, è partito per una settimana alle Maldive.
Gli stagisti sbarrano gli occhi, e già si capisce che dovrebbero tornare di filato alle loro scrivanie a inserire dati per due anni o tre.
La nuova giovane e Incantevole direttrice creativa ha già avuto 3 idee in sette minuti, è in loop creativo e mi guarda spiritata. La direttrice dell'innovazione fa una tirata sul target, cercando di riportare la compagnia a qualcosa che abbia un senso. Io mi sento debole.
Osservo che far partecipare all'evento il loro testimonial sarebbe forse possibile se si concludesse in un giorno solo, ma che trascinarselo dietro in un roadshow di 7 tappe mi pare poco plausibile. Tutti annuiscono, qualcuno dice "e poi a ottobre ha le gare". Ecco.
Cerco di spostare il focus sul genere di evento che cerchiamo, più che sui dettagli. Gli stagisti annuiscono. Dico che mi pare che l'unico concetto nuovo qui sia che la telefonica, che finora ha fornito servizi fissi, ora "esce di casa" entrando nel mondo del mobile, sviluppiamo un'idea che oscilla pericolosamente instabile tra la guerrilla e il reality.
Leviamo le tende.
La direttrice dell'innovazione dice che il report del brainstorming lo scrive lei, il che è un sollievo per tutti.
Entro nella stanza del direttore del digital per un caffè in santa pace, e arriva l'Incantevole creativa. Ha avuto un'(altra) idea, ci guarda febbrile.
"Praticamente, noi mettiamo dei cestoni, no?"
"Cestoni?"
"Sì. XY lancia il mobile, lancia il mobile anche tu!"
"..."
"Praticamente, mettiamo delle postazioni in piazza Duomo, in giro...tu tiri il tuo cellulare vecchio nel cestone, tanto fai l'abbonamento con XY e XY te lo regala nuovo!"

E' finita che
il report di Ginevra è stato bocciato impietosamente dal Rude
il direttore generale Abbronzato, al suo ritorno ha confermato che mai il cliente ha chiesto un evento
ha altresì confermato che mai il cliente ha parlato di 3 milioni di euro, ma che FORSE potrebbero volere un eventino da 30mila (sic)
ha altresì ordinato all'Incantevole di "spegnere il cervello" (sic)

Col Crotalo ho sorvolato, per evitare che ci licenzi in massa tutti quanti, ma decisamente abbiamo un problema, per così dire, di PROCESSING.

Been looking for other beds

I love you // I love you as one would love a woman // I love you as one would love a son // I love you as one would love a mother I love you // I love your voice // I love when you raise your voice on me// I love when you’re silent. It’s rare that you’re silent i love you // i love when you hug me // i love when you push me away// i love when i walk next to you, behind you, in front of you and inside you I love you // I love your eyes// I love your eyes into my eyes // I love other people’s eyes into your eyes I love you // I love to be in your bed // I just love being in your bed // I love forgetting that in the past i’ve been looking for others beds I love you // And i hate you more than satan hates god, my beirut

Mazen Kerbaj, libanese, disegnatore e poeta.
Devo per questa scoperta credits:
Ha registrato la sua starry night - la trovate sul suo blog - che descrive così
a minimalistic improvisation by:
mazen kerbaj / trumpet
the israeli air force / bombs
recorded by mazen kerbaj on the balcony of his flat in beirut,
on the night of 15th to 16th of july 2006.© mazen kerbaj 2006
Strepitoso.

lunedì 7 luglio 2008

Il compleanno della capra, praticamente

Oggi è nato Chagall, lo dice Google con graziosa icona personalizzata.

In effetti, 7 Luglio 1887, giusto in tempo per non diventare un impressionista.

E tuttavia - vero charme, nascere a Vitebsk , sì, e poi morire, ma a Saint Paul de Vence.

In mezzo, LA SPOSA: si chiamava Bella Rosenfeld, era delle sue parti, tornato a prendersela giusto appena prima della rivoluzione del '17.

Bella è morta 40 anni prima di lui, ha scritto (in yiddish) un libro di memorie che (in inglese) si intitola "Burning lights".

Per il tempo restante da usare facendoci qualcosa in attesa di ritrovarla chissà dove, Chagall ha volato con la sua sposa su Vitebsk o attorno alla Tour Eiffel, e miglior vita non mi viene in mente.

Il regalo di compleanno per la capra comunque è qui.

sabato 5 luglio 2008

Mekong




Viaggio d'acqua, questo. Fiume, certo, e poi delta, mare, pioggia e sudore e acqua da bere e docce e lacrime.

Prima, molto prima di vedere il fiume, infatti, in Cambogia piove sempre. Tutto il tempo, giorno e notte, giorno e notte e mattine pallide. Dopo una settimana, vi domanderete se ce la potete fare, con la Cambogia, e la risposta è no, nessuno può farcela in un paese dove non vedrete un solo bambino con le scarpe. Vedrete cose, per dire, che voi umani.

Una città sacra in rovina sepolta nella giungla da centinaia di anni, dove arrivano turisti da tutto il mondo, e ci hanno fatto un aeroporto e i grand hotel apposta, infatti.

Una capitale fantasma, con palazzi fantasma e fogne a cielo aperto. L'attraverserete poi di notte a piedi, nel buio completo sotto la pioggia appiccicosa, in un caldo afoso che non vi abbandonerà mai in Indocina, scorgendo appena nel buio ombre di cambogiani silenziosi.

Dopo che l'occidente si accorse di quanto stava succedendo in Cambogia sotto il regime degli khmer rouge, missioni di pace vennero inviate a Phnom Pehn per assistere alla rinascita del paese: dopo qualche anno, se ne sono andati tutti, alla spicciolata. Hanno lasciato dietro di sè i palazzi simbolo delle loro fallimentari diplomazie e un popolo traumatizzato e depresso.

4 milioni di mine inesplose. A Battambang, non lontano da qui, Emergency ha un centro che si occupa esclusivamente di ricostruzione di arti, perchè qui, adulti e bambini, quelli senza scarpe, saltano sulle mine appena si esce dalle strade "ripulite".

La guida che vi porta in giro per i killing fields piange davanti a voi, perchè è nato lì e lì hanno trucidato la sua famiglia.

Attraversando di notte strade di terra che tagliano distese di baracche di lamiera, vedrete dai finestrini gocciolanti il pallido e mobile chiarore lunare di ciò che l'occidente è riuscito a fare per queste donne e uomini e bambini: televisori e antenne satellitari, uno per baracca, generatori di corrente e soapopera e MTV dalla Tailandia.

Ecco, è a questo punto che vi chiederete se ce la fate, se per caso non è troppo per voi.

E' il fiume, che vi salva, è andarsene via acqua, scivolare via voi e i vostri cattivi pensieri.

Perchè vi state imbarcando su un postale sul lago Tonle, dove il Mekong entra ed esce, e va verso il Vietnam e verso il suo delta. Diluvia di nuovo, avete il bagaglio sopra la testa e le vostre brave Birkenstock, affondate nel fango fino alle caviglie, e infatti capirete lì perchè, per tutto il resto del viaggio, andrete in giro in infradito di gomma.

Passerete un confine d'acqua su questa lancia stipata all'inverosimile, e spunterà un sole malato, scoppierà un caldo torrido che però vi lascerà salire sul ponte a respirare, a guardare questo incanto di fiume che vi trascina verso Saigon.

Saigon è terra di mare, è città di acque e di vita e case e mercati su barche, è sampan pieni di bambini e pesce e verdura. Vi mescolerete ai traffici e ai mercati di un posto d'Oriente dove quasi tutti sono giovanissimi, e dove tutto costa 1 dollaro, ma gli stilisti locali hanno boutiques di lusso parigino.

Poi ve ne andrete a guardare la città dalla terrazza dell'Hotel Continental, pensando alla guerra e a quando i vietnamiti vi guardano e ce l'hanno scritto in faccia che loro sì che li hanno buttati fuori, gli yankees, alla fine di quell'orrore di napalm e guerriglia che voi avete visto solo al cinema. Infatti voi leggete Oriana Fallaci, lì sulla terrazza, e vi sentite in un romanzo di Graham Greene, perchè Saigon è da sempre luogo da expatriates. La sera, ordinando una bistecca da Allez Bou, il posto dove "vanno tutti" quelli che sono a migliaia di chilometri da casa, vi sentirete nel cuore del mondo, e misurerete la distanza del vostro spazio da quello di un amore che vi scrive sms da un'isola greca da parei e feste in barca.

No, le stelle di sicuro non sono le stesse.

Avrete ponti girevoli attraversati a piedi, magliette Diesel e occhiali da sole venduti per niente in continui suk o nella polvere da donne che forse hanno 30 oppure 80 anni, zuppe dal sapore indecifrabile e abiti fatti su misura in un'ora, lenti percorsi fluviali su barche lunghe e basse ombreggiate da tendalini di stracci.

Giganteschi Buddha scavati nelle montagne, antiche capitali distrutte e templi sopravvissuti in un silenzio mistico che vi taglia fuori, e un ferragosto a Nha Trang, 15° parallelo, praticamente il fronte, durante la guerra. Ma voi, invece, siete sulla spiaggia di Casa Italia.

Perchè lì ci sono i lettini, e il caffè, e i giornali e la birra Peroni che qui vi commuove, e si ordina in italiano, ed è Italia, è Casa, vi salva per una notte da quest'Asia che smarrisce.

Molto più a nord, questa costa diventa quasi il mar della Cina, che solo a menzionarlo fa Salgari.

Lì, sul quasi, c'è la baia di Halong, dell'esistenza della quale sarete poi grati per molto, molto tempo.

Ad Hanoi andrete in risciò nella città vecchia a fare shopping di lini tessuti su vecchi telai di legno e di sete in centinaia di tinte diverse, di antiche bacchette da riso ribattute in argento che a casa userete come fermacapelli, di spezie ed erbe disseccate dalle proprietà miracolose.

La cucina vietnamita potete scordarla, perchè è quasi Parigi, e la sera le brasserie restano aperte fino a tardi.

Avrete ai vostri piedi il fantastico mondo dei falsi-ma-veri firmati, perchè è qui, nelle fabbriche del nord Vietnam dove la mano d'opera costa meno di zero, che le grandi firme della moda fanno produrre borse, maglie, camicie, e qui le troverete, identiche ma in un mercato parallelo dove tutto costa pochi dollari.

Forse non le saprete comprare, perchè avrete di nuovo cattivi pensieri sui bambini che lì dentro, nel vostro lusso occidentale, ci lavorano, per meno di zero.

Un altro volo, ed è Vientiane, Laos.

Del Laos vi diranno che non ha accesso al mare, che è tutto montuoso e sulle montagne però c'è la jungla, e che producono due cose: caffè e coca. E riso, certo.

Attraverserete le montagne in un pulmino scassato, piove di nuovo a dirotto e i laotiani sembrano usciti da Brigadoon.

Infatti, state per arrivare a Brigadoon.

Ne sarete sicuri, verso le 4 di una mattina in cui starete immobili a guardare centinaia di monaci buddisti in tuniche rosse o rosa, arancio o zafferano, che sciamano davanti a voi fuori dalle loro case d'oro, per raccogliere poche manciate di riso dalle mani delle donne e rientrare, in un silenzio più forte di un mantra. Sarete sicuri che siete voi, ad essere entrati in qualche buco del tempo, e che tutto questo accade altrove, e ogni 100 anni.

Vi inginocchierete in un tempio davanti a un monaco quasi bambino, che vi chiederà se in Italia si parla in inglese, e vi dirà di non essere mai stato a Vientiane, perchè è lontana, con uno sguardo che non saprete capire. Gli chiederete di benedirvi, come tutte le donne laotiane davanti al Buddha, e un cenno col capo e un laccio bianco legato con tre nodi al vostro polso testimonieranno a lungo di quella preghiera perchè una delle vostre anime torni a casa.

Avete bruciato incenso e acceso candele sottili a tre a tre, come usa per il rito, in tutte le pagode che avete attraversato, ma qui, nel tempio d'oro deserto in controra, inginocchiati davanti al Buddha d'oro, l'energia della preghiera è così forte che vi attraversa e vi solleva.

Per il tramonto, si va sulla collina che domina la città, come al cinema. I tetti d'oro si incendieranno, l'aria diverrà pulviscolo arancio e oro, e l'acqua, sì, prenderà fuoco in un battito anche il fiume, perchè avrete ritrovato il Mekong, che scorre accanto a Luang Prabang, migliaia di chilometri più a nord di dove l'avevate visto la prima volta. Resterete lì fino a notte, sembra ore dopo.

mercoledì 11 giugno 2008

I piedi per terra

Un cartello di sei metri dice "è tutto intorno a te"
ma ti guardi intorno e invece non c'è niente.

Lorenzo Cherubini, Fango

Da qui, tanto per non perdersi di vista l'essenziale.

martedì 10 giugno 2008

Beato te che viaggi per lavoro

Prendete una multinazionale, settore comunicazione.
Le ormai vostre (si fa per dire) 100 sedi al mondo imparerete subito, per brevità, a chiamarle "il network". Le (sicuramente) vostre 40 ore settimanali di lavoro diventeranno altrettanto sicuramente 50, ora più ora meno, a parte quando sarete all'estero, che è come lavorare sempre. Le discussioni sull'alleggerimento della tassazione degli straordinari tuttavia voi le guarderete con elegante distacco, in quanto il network non paga straordinari, punto.
E' opportuno che non siate cagionevoli di salute, in quanto ammalarsi di frequente non dà un bel segnale all'azienda, e in quel caso vi potete scordare sin d'ora la carriera. Quando, offrendovi una congrua sommetta di denaro (per voi), ma del tutto insignificante (per il network medesimo), vi licenzieranno con il vostro consenso, è possibile che l'ufficio risorse umane (HR) sia così generoso da farvi notare che, in fondo, essendo voi cagionevoli, vi stanno facendo un favore, offrendovi così l'opportunità di curarvi con comodo.
Ma ammettiamo che quella che nei primi giorni vi era sembrata una orrenda accozzaglia di residuati di Milano-da-bere vi sembri alla fine un pezzo di casa vostra.
Avete imparato a diffidare dei fusi orari, soprattutto quando vi siete domandati se a Jakarta ce l'hanno l'ora legale, e usate con disinvoltura certe espressioni tipo "facciamo una call", intendendo che ci si sente per telefono, ma ammucchiati, così ci si dà sulla voce e ci si dice un sacco di sorry. Ma siete i maghi del meeting planning, non essendo gentile tenere uno che sta a Mumbai sveglio in piena notte per fare la call, appunto, e aspettate con pazienza le 3 del pomeriggio in Europa, quando a NY arrivano in ufficio.
Vi siete abituati a ignorare con disinvoltura una serie infinita di accenti anglosassoni incomprensibili, vi domandate da dove accidenti arrivino ma ormai l'accento nasale di scozzesi e irlandesi per voi non ha misteri: continuate a domandarvi che cosa diavolo stiano mai dicendo, ma di sicuro vengono da lì. Non avete battuto ciglio ogni volta che i francesi, alla domanda: possiamo usare l'inglese come lingua di lavoro?, vi hanno risposto che preferiscono decisamente parlare in francese. Parbleu.
Avete lavorato circa come un giapponese, vi fate di fiori di Bach per sopportare tutto questo, prendete aerei come di solito si sale nella metro, e vi addormentate di schianto, all'andata perchè vi siete alzati alle 5, al ritorno perchè siete in tutta onestà uno straccio. Se siete una donna, sul volo delle 8 per Roma siete in compagnia di 200 maschi incravattati che non possono capacitarsi del fatto che non tenete in mano Novella 2000 ma il blackberry, e comunque invariabilmente vi fissano. Al ritorno vi fissano uguale, però sono più sudati.
Sapete cosa comprare in ogni singolo aereoporto, per esempio a Barcellona e Madrid farete spese da Mango, Zara o Massimo Dutti, che voi furbissimi conoscevate dalle vostre amichette spagnole del network ben prima che arrivassero da noi, a Parigi potrete svagarvi a malapena con uno straccio di profumo che il terminal 2F per l'Italia è una tristezza vera, mentre in quella gran figata di Heathrow c'è anche Jo Malone, ma ovviamente non nel vostro terminal.
Alla fine il vostro guardaroba sarà un'accozzaglia di robe strane comprate ovunque, e quindi vi scambieranno sistematicamente per inglese. Vi diranno anche che parlate francese con accento inglese (ma chi? ma dove?).
Avete imparato le regole sui liquidi nel bagaglio a mano a memoria, e lavorate a pieno ritmo mentre sopportate con pazienza ogni genere di ritardo, e anche mentre siete in auto, fermi in divieto di sosta, in un caldo infernale di luglio.
Avete anche intravisto il Colosseo dal taxi, una delle dieci volte in cui siete stati a Roma nelle ultime dieci settimane.
Avete pianto di nostalgia di casa in posti vari la notte, e letto i giornali italiani del giorno prima con vero godimento insieme a colazioni continentali di continenti diversi la mattina.
Amate davvero, ora, le voci nel telefono che aprono vocali e consonanti nella vostra lingua materna, codice segreto per expatriates.
Avete, alla fine, avuto il ruolo che pensavate di sognare, che però da vicino assomiglia più alla bicicletta, quella che adesso pedala. Qualcuno, dal network, vi fa sapere che è ora di mettere giù il business plan.

sabato 7 giugno 2008

La luce di Rembrandt

Il mio primo ricordo compiuto è la luce in un dipinto di Rembrandt, suppongo da qualche parte in Olanda o nelle Fiandre, ma non saprei dire di preciso dove e quando, nè quale fosse il dipinto medesimo.

E' chiaro come il sole, e di sicuro non vi sfugge, che se uno ha come primo ricordo questa roba, di lì in poi l'infanzia è tutta il salita, e infatti.
So dire che la luce entrava dall'alto a sinistra, riempiendo di polvere d'oro tutto il dipinto, e che era bella.

Da qualche parte, qualche anno prima di Rembrandt, in piena Controriforma, luci come spade stavano già nei quadri di un pittore italiano assai disgraziato, bisex, traditore, assassino e fuggiasco, Caravaggio, e infatti quella è roba da maggiorenni, mica da poppanti come la pittura fiamminga.

Dopo Rembrandt, erano entrate nel mio cuore di bimba donne che versano latte da brocche o leggono lettere di fronte a finestre nella luce tersa di Delft, il lucore misterioso di un orecchino di perla, i coniugi Arnolfini che si tengono per mano (lui assomiglia di brutto a Houllebecq, d'altronde i belgi hanno quella faccia lì, non c'è verso).

E Jan Bruegel il vecchio, quello detto "dei velluti", il più straordinario pittore di fiori che sia mai esistito prima di Georgia o'Keeffe, nata circa 450 anni dopo di lui a Chicago, Illinois.
Cose da bimbetti, appunto, come i quartetti di Mozart stanno a Schumann, che si può amare, come Caravaggio, solo se si è sfiorato ad un punto un certo lato dark dell'esistenza, e l'amore o la morte ci hanno attraversati.

Qui a lato vi ho messo il ritratto di Papa Paolo III, dipinto da Tiziano verso la metà del '500, prima di qualsiasi luce intesa come la pensiamo noi nel 21° secolo, e anche come la pensava Caravaggio cinquant'anni più tardi.
Guardate da soli che succede giusto un secolo più tardi: un pittore spagnolo, Diego Rodriguez de Silva y Velazquez, di fatto contemporaneo di Rembrandt, dipinge a Roma un altro papa, Innocenzo X, e l'idea della luce Velazquez ce l'aveva pure lui, eccome, e infatti ha costruito una specie di set tipo quelli delle foto la notte degli Oscar.
Ora, date all' umanità circa cinquecento anni di lento e inesorabile
destrutturalismo, e avrete Bacon.
E' sempre il vecchio Innocenzo X in uno studio del 1965, ma ci trovate dentro i mangiatori di patate, Egon Schiele, e Braque, e Hopper, tutti lì a dipingere sinfonie e requiem.

I quadri, giusto per la precisione, risiedono attualmente:
il Tiziano alla National Gallery di Londra
il Velazquez alla Galleria Doria-Pamphili in Roma
il Bacon a casa di qualcuno, da qualche parte.

giovedì 5 giugno 2008

Il miele dei giorni

Si vede che in questi giorni penso a miele e violini, perchè mi è tornato in mente che uno dei miei sonetti preferiti è uscito dalla penna di una signora che è vissuta tutta la vita in un posto che si chiama Amherst, Massachusetts, per giunta verso la metà dell'800.

Va bene, nessuno si sognerebbe di metterci piede, ad Amherst, ed è ridicolo, ma visse praticamente in una sorta di autoesclusione dal mondo nella sua cameretta di fanciulla e poi exfanciulla, negli ultimi anni pare quasi sempre vestita di bianco.

Lo sguardo da dagherrotipo ovviamente è piuttosto opaco, per intenderci non era una Virginia, che ne poteva sapere del mondo una così?

Niente Bloomsbury, niente Vita (nel senso di Sackville-West), nemmeno uno straccio di follia conclamata a dare grattacapi a un povero marito (mai avuto uno, infatti), niente parenti scapestrati, niente amici dandy e gay (o tutt'e due le cose) alla Lytton Strachey.

Niente di niente, una noia.

Nessuno come questa donna che forse aveva solo una finestra sulla campagna, come una monaca, come una malata, come una santa, ha scritto sonetti che luccicano sensuosi di miele e ambra, tanto da portare nei nostri cuori la luce di certi pomeriggi d'estate che si desidera non finiscano.

Questo e' il sonetto 511 (secondo la catalogazione Harvard) di Emily Dickinson.

Nei pomeriggi d'estate suddetti, in fondo al campo di granturco inquadrato dalla finestra, oltre le tende leggére, laggiù ad Amherst, di certo una capra strimpella tra i grilli e i bombi.

IF you were coming in the fall,

I ’d brush the summer by

With half a smile and half a spurn,

As housewives do a fly.


If I could see you in a year,

I ’d wind the months in balls,

And put them each in separate drawers,

Until their time befalls.


If only centuries delayed,

I ’d count them on my hand,

Subtracting till my fingers dropped

Into Van Diemen’s land.


If certain, when this life was out,

That yours and mine should be,

I ’d toss it yonder like a rind,

And taste eternity.


But now, all ignorant of the length

Of time’s uncertain wing,

It goads me, like the goblin bee,

That will not state its sting.

martedì 27 maggio 2008

A Parigi piove

Nel caso ve lo domandaste, a Parigi piove da ormai 72 ore.
Capre e violini nemmeno l'ombra.

Tutto è esattamente dov'era - capita ancora che certi grandi magazzini abbiano straordinarie cupole Liberty, e che gli antiquari e le minuscole boutique occupino come prima angoli incantevoli proprio dietro l'Opéra dove arrivano solo gli studenti giapponesi del Conservatorio.

La vista dalla terrazza dell'hotel de Crillon è quasi ridicolmente da ricchi.

Capita che la palazzina nel 1° arrondissement abbia le sue brave boiseries bianche e muri color tortora, e vista su un cortile ad abbaini dalle finestre orlate di gerani.

Senza dubbio alcuno, i parigini guardano ancora con una certa commiserazione chi non è del luogo, nonostante non distinguano esattamente l'accento, ma sapendo con certezza che non siete andati a scuola lì.

Gli abitanti del lungosenna hanno ancora case e cucine e camere da letto da cui non muoversi mai, per vedere la torre di ferro vicina come da allungare una mano cambiare colore nei giorni e nelle stagioni. Capita ancora che essa sia rosa.

Capita che all'agenzia creativa - come in ogni immaginazione d'ordinanza - stanno ovviamente finendo un trasloco, e hanno un patio, scale e soppalchi e pezzi e cartoni da Ikea di lusso, e la riunione si tiene in cucina proprio come voi pensavate che accada a Parigi nelle agenzie creative.

Sono quasi tutte donne, e il boss-donna è bionda e naturalmente parla tutte le lingue.

Gli straordinari muffin al cioccolato li ha fatti Odile il grafico-donna con i resti dell'uovo di Pasqua di Ladurée, in una pausa.

Cergy e Pontoise sono ancora uscite della tangenziale che va e viene da Roissy, il taxista chiacchiera sempre in parigino stretto anche se si chiama Pascal o Rashid.

Sephora ha messo su, all'angolo del boulevard Hussmann con la Chaussée d'Antin, un impero della manicure, e Zara e Mango hanno aperto colonie anche lì.

I ristoranti sono giappo, o cambogiani, o libanesi, i falafel squisiti e pieni di aglio, e alle dieci di sera c'è ancora una luce del Nord trasparente d'acqua.

Il métro è ancora lì, fermata Pyramides. Niente RER, perchè piove, si lavora, si è di corsa.

Capita ancora di comprare giornali italiani a un'edicola e di prendere un taxi al volo sull'avenue de la Grande Armée che è circa il cuore del mondo, e Roissy, Roissy è solo un aeroporto, già casa.

domenica 25 maggio 2008

Buonanotte all'Italia


E siccome ci penso spesso in questi giorni, vi metto anche questa.
Il titolo di questo post è un link, anche se non si vede.

giovedì 22 maggio 2008

Mesi

Pierpaolo Pasolini è morto in novembre, ma in maggio hanno ucciso Giovanni Falcone.

In maggio ci hanno fatto trovare una Renault rossa avvelenata in via Caetani, in luglio hanno riempito di tritolo una via di Palermo per Paolo Borsellino.

Ogni mese è buono per uccidere e morire. Ognuna di queste (ed altre) morti ci ha lasciati più soli e pensosi, e ci ha costretti e sfidati a tirar fuori i talenti.

Poco tempo dopo la sua morte, sono usciti gli Scritti Corsari.
Porto queste parole come un cilicio contro ogni rinuncia a credere, talismano per i mesi a venire.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. 12 dicembre 1969: alle 16,30 un ordigno esplode all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano provocando 16 morti e 84 feriti Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile...

domenica 18 maggio 2008

Porta anche i bambini

I bambini nella mia vita sono tre, tutti maschi.
Pare non circolino femmine, da queste parti.

R. è stato il primo ad arrivare, inatteso, quando io non avevo nemmeno quasi mai visto un neonato. La prima cosa che so di lui è il giorno di dicembre in cui sua madre ha detto a me e al Roso che era incinta, era sera in una piazza fredda e luminosa di luci natalizie.
Lui poi è arrivato un giorno di luglio che l'asfalto si scioglieva per strada, me lo ricordo il caldo di quell'estate perchè mi ricordo che sua madre mi invitava a bere dei caffè in piazza (sempre la stessa) intorno all'una del pomeriggio, e diceva non-fa-mica-caldo.
Per ragioni che non vi sto a spiegare, io non l'ho visto subito. Sarà stato poi in agosto, era marroncino per via della lampada UV sotto la quale l'avevano tenuto, un incrocio tra un pesce e una rana e con gli occhi grandi nella culla di legno, ed era la cosa più bella e strana che avessi mai visto.

M. è arrivato molto dopo, e dei tre è quello che è arrivato semplice, facile, una mattina di marzo molto presto la sua bellissima madre l'ha scodellato con accanto suo padre, che poi è mio fratello.
Avevo paura che fosse un neonato bruttino, invece tutti dicevano di no, che era bello, io lì che sentivo la voce del sangue, forse mi ero bevuta il cervello.

A. è arrivato per ultimo, ma quando è arrivato da noi era già nato da un po', solo che per sbaglio era arrivato da un'altra parte.
Sua madre e suo padre sono andati a riprenderselo in un posto un sacco freddo, prima ancora di essere i suoi genitori, prima di vederlo e annusarlo, sono andati a prenderselo nel buio dei loro cuori e delle loro teste, scavando e avanzando come minatori del Galles.
Guardandolo, stamattina, pensavo che i suoi magnifici occhi slavi e il suo fantastico sguardo sulle cose sono stati, per tutti noi che lo circondiamo, un enorme regalo della vita.

giovedì 15 maggio 2008

Giovanotti di buone scritture

Lella Costa, su uno dei recenti numeri di A - tutta cultura, lo so, ogni volta mi domando chi ha deciso che la lunghezza massima di un articolo è 12 righe, pensano che le testoline delle lettrici si stanchino? che non ce la facciano a seguire? che mezza pagina bianca sia una figata? e mi domando anche: ma Lella Costa (e Marco Travaglio, e Sandro Veronesi) che scrivono lì sopra, non li mandano mai a c*****e? Non gli dicono mai: eeeeh scuuusa, ho scritto 15 righe 'sta settimana, avevo un pensiero lungo? - dicevo che Lella Costa ha recensito due libri, quello di Valeria Parrella, "Lo spazio bianco", Einaudi e quello di Flavio Soriga "Sardinia Blues", Bompiani.

Ho lasciato da parte per un attimo il mio Grande Progetto Culturale "Colma il tuo Buco Nero", cioè a dire la lettura di tutti i classici e i "veri" libri che per pura crassa ignoranza e ignavia ancora non ho letto, e li ho comprati.

Ora, per ragioni del tutto personali della Sardegna magari parliamo un'altra volta con calma eh.

Il libro della Parrella invece non è epocale, si legge in un'ora (ma che diavolo, scrivete una storia di grande respiro, non sempre raccontini striminziti e temini, esercitatevi nei dialoghi, nelle voci, nell'intreccio, santa pace, ricopiate a mano Il Gattopardo 12 volte) non è che uno si strappa i capelli, è onesto, come è onesta la sua scrittura, asciutta e seria. Punto.

In questa stagione di solito mi viene voglia di leggere questi giovanotti e giovanotte italiani che (forse) si faranno, così ho preso anche l'altro libro della Parrella, "Per grazia ricevuta", minimum fax, e il libro nuovo di Matteo B. Bianchi "Generations of love", BCD, perchè ha scritto in passato un adorabile piccolo (eh...) libro, "Fermati tanto così", sempre BCD.

Invece l'anno scorso per caso in un aeroporto avevo preso "Mille anni che sto qui" di Mariolina Venezia, che ha vinto il Campiello e mi era piaciuto, è robusto e allegro come un Aglianico, e complesso per trama e scrittura comme il faut.
Se mi viene da dire che è carino, però, qualcosa non funziona.

Da ultimo, Luciana Littizzetto recensisce "Sorella" di Marco Lodoli.

Va bene, lo prendo, ma poi giuro basta, torno a Lord Jim.